La complessità del senso
25 09 2017

Into The Wild – Nelle terre selvagge

film_intothewild.jpgInto The Wild
Sean Penn, 2007
Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Jena Malone, Brian Dierker, Catherine Keener, Vince Vaughn, Kristen Stewart, Hal Holbrook.

Pur senza l’estrema devastazione del T-Virus, che in Resident Evil: Extintion riduceva il globo a un deserto disumano percorso da non-morti e da drappelli di sopravvissuti in fuga verso l’incontamito Alaska, l’aspirazione ad una vita libera, più vicina alla verità della natura che al soffocante intreccio delle convenzioni, sembra restare di stretta attualità.  Fatto sta che, dopo 6 anni (La promessa è del 2001), Penn torna alla regìa attingendo al libro dell’alpinista Jon Krakauer, Nelle terre estreme, dove si racconta l’avventura del giovane Christopher MacCandless, il quale, subito dopo la laurea, lasciò la casa di Atlanta e la vita comoda in famiglia per andarsene in un vagabondaggio di 2 anni, solitario e praticamente senza mezzi, fino in Alaska. Il ruolo è affidato a Emile Hirsch (Alpha Dog, La ragazza della porta accanto), che regge bene il compito di dare corpo alla figura complessa di un ragazzo poco più che ventenne, ribelle idealista, finito a vivere in un bus abbandonato ai confini del mondo, mangiando bacche e cacciando animali. Al limite dello squilibrio, Chris assume simbolicamente su di sé la drammatica necessità dell’uomo contemporaneo di trovare una via d’uscita alla “prigionia” della civiltà. E’ un’istanza tipicamente giovanile, radicale, non dialettica, ma anche più generalmente americana, che contiene una forza di denuncia e di provocazione giusta nei nostri tempi. Il film è anche spettacolare e procede sul filo di una suspence propria dell’avventura. Il ragazzo vive una specie di “lungo addìo” dalla società, in poche settimane va dalla “nascita” alla “giovinezza”, all’”età adulta”, alla “conquista della saggezza”. Durante la sua avventura, Chris incontra diversi personaggi, impara da loro e lascia anche un segno umano del suo passaggio. Ma il vagabondo non si ferma: né borghese né hippy. Nemmeno l’anziano vedovo, l’ultima persona che incontra, lo convince a restare: l’uomo (Holbrook) gli chiede, con le lacrime agli occhi, di permettergli di adottarlo come figlio. Il momento è toccante e paradossalmente pedagogico. Proprio Chris, mentre vuole andarsene da solo, per dire che non se la sente di accettare usa l’argomento che «la felicità è reale solo quando è condivisa». Il breve rapporto tra i due fa pensare all’istruttivo colloquio che in Leoni per agnelli il professor Malley (Redford) ha con lo studente “ribelle”. Circola evidentemente nell’aria un’esigenza di verifica delle verità. E il cuore del problema è nel confronto tra generazioni. 
Festa del Cinema di Roma, sezione Première.

Franco Pecori

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25 gennaio 2008