La complessità del senso
25 09 2017

Grace di Monaco

film_gracedimonacoGrace of Monaco
Regia Olivier Dahan, 2013
Sceneggiatura Arash Amel
Fotografia Éric Gautier
Attori Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella, Paz Vega, Parker Posey, Milo Ventimiglia, Geraldine Somerville, Nicholas Farrell, Robert Lindsay, Derek Jacobi, Roger Ashton-Griffiths, Olivier Rabourdin, Jeanne Balibar, André Penvern, Yves Jacques, Philip Delancy, Flora Nicholson.

Grace Kelly, premio Oscar per La ragazza di campagna (George Seaton, 1955) e già diva affermata per i ruoli in Mezzogiorno di fuoco (Fred Zinnemann, 1952), Mogambo (John Ford, 1953), Il delitto perfettoLa finestra sul cortile e Caccia al ladro (Alfred Hitchcock, 1954-’55), lasciò Hollywood nel 1956 per sposare, ventisettenne, il principe Ranieri di Monaco: un fatto “di cuore” che fece epoca per la diversità delle culture e degli ambienti che venivano messi a confronto e per la situazione di politica internazionale in cui quel matrimonio andò a incastrarsi. Il carattere dell’attrice, che il regista amico Hitch aveva definito come “ghiaccio bollente”, rischiò negli anni successivi di portare a conseguenze drammatiche le profonde contraddizioni emergenti dal drastico cambiamento di vita cui si vide costretta Grace. Il film di Olivier Dahan, autore del biopic su Etith Piaf La vie en rose (2007), focalizza gli eventi del 1962, anno in cui si fecero critici i rapporti del Principato di Monaco con il governo francese. Charles de Gaulle (André Penvern) insisteva perché i cittadini monegaschi fossero sottoposti a normale tassazione mentre Ranieri aveva in mente uno stato indipendente e proiettato verso una concezione più moderna. Mentre si era arrivati al limite dell’invasione armata delle truppe francesi, nel Palazzo saliva la tensione tra Grace e la sorella del principe, Antoinette (Geraldine Somerville), la quale insieme al marito tentava di moltiplicare le difficoltà di Ranieri nella trattativa con la Francia. Il punto decisivo, che fa salire in primissimo piano la personalità di Grace, è la sua presa di coscienza, grazie anche agli avveduti consigli del prete Francis Tucker (Frank Langella), della diversità tra i due mondi che segnano la vita dell’attrice hollywoodiana e della principessa nuova arrivata nello speciale contesto europeo. L’attrice Grace ama il cinema ed è tentata di accettare la proposta di Hitch, il quale la vorrebbe protagonista del suo nuovo film, Marnie; ma la donna Grace si rende anche conto che per il bene dei figli avuti da Ranieri e per l’amore dell’uomo che ha voluto sposare, è necessaria una svolta realistica. E decide così di utilizzare i “codici” che finora aveva cercato di tenere in second’ordine rispetto alla spontaneità dei sentimenti. Per la politica interna e per il sentire comune dei cittadini l’organizzazione del Gran Ballo di beneficenza della Croce Rossa è più importante della ristrutturazione dell’ospedale a vantaggio dei bambini disagiati? Bene, si facciano contenti Onassis, la Callas e tutti i rappresentanti della ricchezza internazionale, presenze più o meno onorarie del Principato. Si diramino gli inviti, si accolga anche il presidente de Gaulle. Con un bel discorso “cuore in mano” la principessa Grace strapperà l’applauso finale. Brava Nicole Kidman nel dare corpo e anima al personaggio icona, a revitalizzarlo dall’oblìo mondano restituendone la doppia identità già “fotografata” dal grande Hitchcock. Bravo anche Tim Roth, nell’uso di una discrezione necessaria a tenere in secondo piano la figura di Ranieri, non certo gigantesca nel quadro generale. E bravo il regista a liberare Grace dalla possibile recinzione di un soggettivismo facile, per collocarla nel disegno simil-intrigo internazionale, prospettiva che non guasta, data la “presenza” hitchcockiana del fantasma cinematografico. Nel complesso, si respira un’aria di benevola nostalgia per un mondo irrimediabilmente andato, un mondo visto con il rispetto di chi, oggi, avendo “altro” da pensare, non rinunci tuttavia a interrogarsi sulle scelte che implichino intrusioni del “cuore” nella dialettica dei grandi affari, anche di stato. E soffusamente, grazie alla delicatezza registica, un senso amorevole di rispetto per la passione del cinema accompagna la visione del film, privo di inutili arroganze revisionistico-estetiche. [Film d’Apertura, fuori concorso, a Cannes 2014]

Franco Pecori

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15 maggio 2014