La complessità del senso
17 11 2017

Alabama Monroe – Una storia d’amore

film_alabamamonroeunastoriadamoreThe Broken Circle Breakdown
Regia Felix Van Groeningen, 2012
Sceneggiatura Felix Van Groeningen, Carl Joos
Fotografia Ruben Impens
Attori Veerle Baetens, Johan Heldenbergh, Nell Cattrysse, Geert Can Rampelberg, Nils De Caster, Robby Cleiren, Bert Huysentruyt, Jan Bijvoet.

Multistrato. In apparenza un film semplice, tutto ciò che si vede non comporta interpretazioni complicate. Ma dal semplice nasce di momento in momento un’istanza di profondità, espressa con la gestione della sceneggiatura in fase di montaggio e con l’interpretazione degli attori, bravi a essere se stessi mentre si immedesimano nei personaggi. Se si considera che Alabama Monroe nasce dalla lettura dell’opera teatrale di cui è autore lo stesso Johan Heldenbergh, attore protagonista del film insieme alla bravissima Veerle Baetens, il lavoro del regista belga (1977), al suo quarto lungometraggio (alla Quinzaine di Cannes nel 2009 fu apprezzato il suo The Misfortunates), apparirà anche come “documentario” sulla vita d’artista, cioè sul modo di vivere e di gestire il “fare cinema” in forte consonanza col proprio vivere. Consonanza non è un termine usato a caso. Nel film, la musica è elemento essenziale. Didier (Heldenbergh) e Elise (Baetens) fanno parte di una band di bluegrass, lui al banjo, lei cantante. Il carattere tradizionale/popolare delle esecuzioni tende a connotare una sorta di vicinanza, aderenza “naturale” ai contenuti della vicenda e ai caratteri dei personaggi. La passione di Didier per l’America (si direbbe per la “Vecchia America”) è di stampo antico, tanto da indurre il protagonista a vivere in una roulotte piazzata in campagna. L’incontro con Elise, operatrice di tatuaggi, è più fatale che casuale. Decidono di vivere così, suonando e cantando in giro, convinti del mito della “libertà” americana. Al contrario di quel che potrebbe sembrare, la loro è un’esistenza fittizia, modellata su tracce religiose/letterarie. Al dunque, emergerà la verità sostanziale. Al di là dell’attrazione fisica che a tratti pare irresistibile, il rapporto tra Elise e Didier contiene contrasti profondi, sia sentimentali che ideali. Sarà la nascita e poi la malattia della loro bambina Maybelle (Nell Cattrysse) a rivelare le loro differenze. E nei momenti decisivi la rottura rischia di essere insanabile, intaccherà la sfera del sentimento. Elise preferisce aggrapparsi al filo misterico/religioso che la porterà in un mondo “oltre”, quasi che la sua anima entri in contatto con i simboli che ella stessa ha deciso di avere sulla propria pelle. Didier, da parte sua, esplode in un’invettiva teatrale che traduce in modo esasperato una sua protesta contro le posizioni politicamente interessate che frenano la ricerca scientifica – nel caso, si tratta delle cellule staminali. Le fasi dell’incontro tra i due e della loro vicenda anche straziante, si uniscono e si distinguono in un continuo accumulo di sequenze, legate da una logica interna non esclusivamente alimentata da una linearità narrativa, né esplicita né implicita. Prevale invece la chiave emozionale, che impone una lettura passionale del contenuto. Infine, ci resta più l’impressione dei corpi che l’idea della visione alla quale sono legati i due protagonisti. E’ questo anche il limite del film, autodenunciantesi – per così dire – soprattutto verso il finale, quando sul versante stilistico le immagini pre-tendono di condurci all’interno della storia personale di Didier e Elise e, all’esterno, esprimono in esclamativo emotività alquanto ridondanti.

Franco Pecori

 

 

 

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8 maggio 2014