La complessità del senso
17 10 2017

Nymphomaniac Vol. 2

film_nymphomaniac_parte1Nymph()maniac Vol. 2
Regia Lars von Trier, 2013
Sceneggiatura Lars von Trier
Fotografia Manuel Alberto Claro
Attori Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Jamie Bell, Uma Thurman, Willem Dafoe, Mia Goth, Sophie Kennedy Clark, Connie Nielsen, Michaël Pas, Jean-Marc Barr, Udo KIer, Nicolas Bro, Hugo Speer, Jens Albinus, Felicity Gilbert, Tabea Tarbiat, Tania Carlin, Jesper Christensen, Ivan Pecnik, Shanti Roney, Severin von Hoensbroech.

Passando al Vol. 2 per una considerazione complessiva del lavoro, tagliato in due parti e anche ridotto a 4 ore rispetto alle 5 e mezza originarie (eliminati sostanzialmente i primi piani espliciti dei genitali), occorrerà non dimenticare che Lars von Trier resta l’autore di film come Le onde del destino 1996, Dancer in the Dark 2000, Dogville 2002, Il grande capo 2006. Questo per dire che siamo di fronte a una poetica severa verso le oscenità del cinema di genere e siamo legittimamente invitati a una fruizione depurata dagli equivoci più vistosi circa il “realismo” del cinema. Un argomento come la ninfomania, trattato secondo il racconto in prima persona dalla protagonista (Charlotte Gainsbourg) la quale sembra autodenunciare una propria “colpa”, si è prestato alla morbosità generica e volgare dell’informazione giornalistica e si è sottratto con una certa difficoltà al rischio di letture non attinenti, sia alla sostanza del contenuto sia alla forma del contenuto. Hanno rischiato invece di finire in primo piano le parti «visuali» che potevano richiamare – ma in modo del tutto impertinente – certi tratti della pornografia ormai diffusa anche nel canale televisivo. Detto ciò, è da registrare, dal sesto capitolo all’ottavo e ultimo (continua infatti la scansione in titoli, definita di volta in volta in stretta collaborazione tra l’io narrante e l’ascoltatore, Joe e Seligman/Stellan Skarsgård) una progressiva accentuazione narrativa dalle premesse alle conseguenze della patologia in questione. Nella prima parte, si insiste sul senso inverso che, in un viaggio da Occidente a Oriente, può assumere l’adesione alla religione, dalla colpa e dal dolore alla luce e alla gioia. E via via, si mettono in drammatica discussione i fondamenti di concetti come sentimentalismo (una menzogna!), democrazia (occorrerebbe minore stupidità!), gelosia, pratica violenta del piacere e autolesionismo alla ricerca disperata di un rimedio contro la frigidità; si arriva a indagare sull’efficacia dell’omosessualità femminile e si approda alla tragica solitudine dell’ “albero deforme sulla collina”, immagine che nel sottofinale suggerisce di considerare il più seriamente l’altra immagine, precedente, dello specchio, lo specchio che non è mai la «replica dell’oggetto che si sta guardando». Da questo tracciato sintetico si può almeno intuire che non siamo in ambito pseudo-porno. Siamo invece alla chiusura del trattato sulla Depressione (cfr. Antichrist 2009 e Melancholia 2011), tema purtroppo pertinente ai nostri giorni, tema che, anche inconsciamente, si tende a tagliare per fare spazio a illusioni meno compromettenti. Tuttavia sia chiaro che non stiamo parlando di un capolavoro. Il film di von Trier non riesce compiutamente a coniugare la «freddezza» del disegno progettuale, tipica del cinema dell’autore, con i momenti (rari) di coinvolgimento anche drammatico, sia pure correttamente controllati secondo la poetica che conosciamo. Tutto sommato l’aspetto più produttivo di senso finisce per essere il confronto/contrasto tra sarcasmo e pietà verso una condizione umana che sembra non lasciare spazi a riconquiste della coscienza storica. E tuttavia c’è un colpo di pistola finale, sul nero dello schermo, che è qualcosa di più di uno sberleffo “a chiudere”.  [leggi la recensione del Vol. 1]

Franco Pecori

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24 aprile 2014