La complessità del senso
23 11 2017

La mia classe

film_lamiaclasseLa mia classe
Regia Daniele Gaglianone, 2013
Sceneggiatura Gino Clemente, Daniele Gaglianone, Claudia Russo
Fotografia Gherardo Gossi
Attori Valerio Mastandrea, Bassirou Ballde, Mamon Bhuiyan, Gregorio Cabral, Jessica Canahuire Laura, Metin Celik, Pedro Savio De Andrade,  Ahmet Gohtas, Benabdallha Oufa, Shadi Ramadan, Easther Sam Shujan Shahjalal, Lyudmyla Temchenk, Moussa Toure, Issa Tunkara, Nazim Uddin, Mahbobeh Vatankhah, Remzi Yucel.

Documentario, finzione, realtà. Altro anello di Daniele Gaglianone alla propria catena di ricerca, volta a raccontare storie sui gradini bassi della società, con occhio attento alle radici e al presente (I nostri anni, Nemmeno il destino, Pietro, Ruggine). Siamo in un quartiere popolare di Roma. Un maestro (Valerio Mastandrea) tiene lezioni di italiano a una classe di scuola serale per stranieri adulti, extracomunitari da diverse parti del mondo e in situazione instabile per problemi di immigrazione, permessi di soggiorno, lavoro precario e via dicendo. Gli studenti, costretti a frequentare la scuola se vogliono avere i documenti per restare in Italia, utilizzano il loro ruolo di attori nel film per consolidare il proprio stato di immigrati e nello stesso tempo vanno migliorando la conoscenza della lingua, consapevoli della funzione progressiva che la loro presenza può avere anche in una prospettiva di evoluzione e integrazione. Attraverso la serie di lezioni, la pratica del linguaggio si rivela utile alla familiarità con la vita quotidiana, con la capacità di ciascuno di comunicare nel contesto in cui cerca di inserirsi. Mastandrea interpreta molto bene la parte, armonizzandone il lato “naturale” con il giusto livello di coscienza recitativa. Gli autori citano il precedente di Vittorio De Seta, Diario di un maestro (1972), precisando giustamente che però qui non si tratta di problematiche scolastiche. Tuttavia il film di Gaglianone può anche richiamare alla mente, non per contiguità bensì per analogia e per contrasto, il bellissimo lavoro del francese Nicolas Philibert, Essere e avere (2002), con gli alunni delle elementari. L’analogia non riguarda il piano referenziale dei contenuti quanto piuttosto un modo di vivere sul set la vita del cinema. Da quelle lezioni emergevano problemi di apprendimento, di linguaggio, di rapporti con gli altri, di crescita culturale, problemi che davano un’idea critica dell’importanza della scuola nel quadro della società. Quella “verità” pazientemente registrata tenendo l’obbiettivo della cinepresa a debita distanza e non perdendo il calore dell’impatto interpersonale nel momento di passaggio evolutivo, nel film di Gaglianone si presenta come già “rappresentazione”, in una fase organizzativa già consapevole del fare cinema. Gli attori assistono alla preparazione quotidiana del set, aderiscono alla finzione, cercano di interpretare il proprio ruolo nel modo più verosimile, anche se questo coincide quasi con il “doppio” effettivo della loro realtà. Assistiamo alle esercitazioni alla lavagna, alla progressiva padronanza delle parole, non solo del loro significato bensì del senso che esse possono prendere nell’uso dei modi di dire. E seguiamo l’affacciarsi dei contenuti, la ricerca del lavoro, la memoria del distacco dai rispettivi paesi, fino all’interpretazione dei versi di una canzone che parla dello straniamento cui sono sottoposti gli stranieri alle prime esperienze nella nostra società. Poi, arriva il momento traumatico: la lavorazione del film s’interrompe per un problema di permessi di soggiorno. Che fare? rinunciare a portare a termine il lavoro o continuare per la strada intrapresa forzando la situazione? La “trama” del racconto è meno banale di quel che possa sembrare, giacché contiene, al di qua del tema sociopolitico, questioni propriamente cinematografiche, teoriche, riguardanti il rapporto tra realtà e finzione mediato dalla cinepresa e dal montaggio. E a questo livello, un terzo rimando può essere agli autori della Nouvelle Vague degli anni ’60, quando si affermò, a fronte della strutturazione classica americana, il “sentimento” del fare cinema, del realizzare un film vivendo la qualità cinematografica delle riprese come esperienza del set; sentimento che poi risulta sullo schermo, coinvolgendo lo spettatore in una partecipazione al linguaggio che non può non essere comunanza esistenziale. In epoca di rivalutazione della forma documentario, non è inutile riflettere sull’obiettività dell’obbiettivo e fino a che punto la “realtà”, al cinema, possa fare a meno delle virgolette. Presentato a Venezia 2013 (Giornate degli Autori), La mia classe ha avuto buona accoglienza in festival e manifestazioni internazionali, tra cui Istanbul, Londra, Madrid, Villerupt, Tolosa.

Franco Pecori

Print Friendly

15 gennaio 2014