La complessità del senso
25 09 2017

Il capitale umano

film_ilcapitaleumanoIl capitale umano
Regia Paolo Virzì, 2014
Sceneggiatura Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Fotografia Jérôme Alméras
Attori Valeria Bruno Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Fabrizio Gifuni, Luigi Lo Cascio, Giovanni Ansaldo, Matilde Gioli, Guglielmo Pinelli, Gigio Alberti, Bebo Storti

«Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto». Si chiude così, amaramente, la vicenda di due nuclei familiari nel giro dell’imprenditoria immobiliare e della speculazione finanziaria brianzola, giro che ha caratterizzato i decenni recenti e che, tuttora sul filo del burrone, dà a vedere di riassestarsi sfruttando qualsiasi occasione. Le figure sono superficialmente orride, di sostanza umana disprezzabile, ma, almeno nel film di Paolo Virzì, anche con qualche spiraglio di recupero possibile, come appunto il personaggio di Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi). Non a caso la battuta citata all’inizio è sua. Carla è una donna fragile, cedevole nei sentimenti e incerta nelle scelte culturali e nei comportamenti psicologici. Si è fidata, per “ingenuo” opportunismo, della carriera del marito Giovanni (Fabrizio Gifuni), il quale, con le sue ardite speculazioni, le ha offerto un livello di vita élitario, sia pure sul ramo dell’arrampicamento. E alla fine, è l’unica ad avere un sussulto di compassione, soprattutto per se stessa: ha visto svanire la sua falsa attrazione per il teatro – ne voleva resuscitare uno che invece ha poi fatto la fine “normale”, luogo di ristrutturazioni residenziali -, ha sfumato nel nulla le piccole velleità erotiche affidando le emozioni a minimi slanci repressi, non-consumati con l’umile scrittore di un’improbabile futuro allestimento (Luigi Lo Cascio) – gustoso il siparietto della riunione preparatoria, al tavolo del gruppo artistico, composito e confusionario nella trasparente attenzione, ritardataria, verso funzioni artistiche portatrici ormai di patetici ripensamenti sperimentali. A Carla non rimane nulla. E anzi, in un’ultima festa, il prato e la piscina, la tavola imbandita e i larghi sorrisi delle famiglie riunite ancora minacciano repliche non facilmente sopportabili. Altri “giri di valzer” attendono l’immobiliarista Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), il finanziere Bernaschi e la figlia di Dino, Serena (Matilde Gioli), ragazza di Massimiliano (Guglielmo Pinelli), smidollato rampollo di Giovanni e Carla. Meno certe le sorti di Roberta, la moglie psicologa (in una struttura pubblica) e incinta di Ossola, per la quale Serena è figlia acquisita. Forse una speranza di vita autentica è riservata proprio al futuro della ragazza, presto cosciente del falso legame con Massimiliano e propensa a dare spazio al più generoso sentimento per Luca (Giovanni Ansaldo), intelligente e sensibile giovane, caduto da quasi-incolpevole nel cestino delle cartacce drogate. Virzì, insieme agli sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo, ha strutturato il racconto ripetendo in capitoli l’azione secondo i punti di vista dei personaggi principali, in funzione thriller, verso la scoperta “fredda” del colpevole dell’incidente stradale che all’inizio del film, quasi un prologo, coinvolge – vedremo come e perché – alcuni componenti delle due famiglie. Vittima dell’incidente è il povero cameriere che al termine della nottata lavorativa se ne torna a casa in bicicletta. Il valore del risarcimento verrà calcolato secondo i parametri assicurativi che sono definiti “capitale umano”. E’ ovvio che un altro capitale umano sarebbe, a calcolarlo, quello dei protagonisti del film. Lungo tale filo sarcastico – forse troppo dichiarato e quindi facile – si snoda l’humour nero del regista, attinto molto liberamente dal romanzo dell’americano Stephen Amidon, scritto guardando a quella provincia del Nord Est statunitense, non così lontana nei comportamenti e perfino nel “paesaggio” dalla nostrana Brianza dove il film si ambienta. Il regista, qui lasciando – ma non troppo – la traccia comica del suo cinema “italiano” (La bella vita 1994, Caterina va in città 2002, Tutta la vita davanti 2008, La prima cosa bella 2009, Tutti i santi giorni 2012), sperimenta un’architettura narrativa che mostra di rivelarglisi alquanto insidiosa. Con belle e interessanti immagini critiche Virzì parla di “Comédie Humaine balzachiana” e dice di essersi sentito un po’ straniero, come il taiwanese Ang Lee quando ha girato Tempesta di ghiaccio (1997) nel “misterioso ed enigmatico” territorio della East Coast americana. Ma ci sembra francamente non semplice trovare nella Brianza d’oggi qualcosa di “sconosciuto e oscuramente minaccioso”, se non per intessere, in maniera artificiosa, una trama gliallastra che, al dunque, risulta una specie di anti-Hitchcock, per un semplice motivo: l’ultima cosa a cui siamo interessati è, in questo film, la scoperta del colpevole riguardo all’incidente stradale che apre il racconto. Se poi andiamo a cercare i veri “colpevoli”, le responsabilità di quella “vittoria” di cui parla Carla nella sua battuta finale, il discorso diventa ben altro. E pensiamo più al Dino Risi di Una vita difficile (1961 !) che ad Ang Lee. Solo che qui, decisioni importanti come quella del Sordi/Magnozzi che si riprendeva la sua dignità e se ne andava con la sua Elena/Massari, non se ne intravedono. Tempi ancora più duri. Tutti bravi gli attori, un po’ manieristico l'”opportunismo” di Bentivoglio/Ossola.

Franco Pecori

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9 gennaio 2014