La complessità del senso
20 11 2017

Paranoid Park

film_paranoidpark.jpgParanoid Park
Gus Van Sant, 2007
Gabe Nevins, Dan Liu, Jake Miller, Taylor Momsen, Laurent McKinney, Olivier Garnier, Scott Green, Winfield Henry Jackson, Dillon Hines, Brad Peterson, John “Mike” Burrowes, Emma Nevins, Joe Schweitzer, Christopher Doyle, Grace Carter, Jay “Smay” Williamson.

Fu impressionante vedere, in Italia nel 2005, il documentario Dogtown and Z-Boys, realizzato nel 2001 da Stacy Peralta e già trionfalmente passato al Sundance festival, sulla vita di un gruppo di ragazzi californiani, dediti allo “skate”, nelle piscine svuotate d’acqua, che vanno su e giù per le pareti senza mai pensare ad altro che alla “tavola”, allo skateboard. Il film andava oltre la propria referenza, trasmetteva una metafora di neo-alienazione, poetica quanto carica di non-destino. Fu un’impressione molto diversa da quella che si provava nel vedere sui marciapiedi delle nostre città i ragazzini spassarsela di pomeriggio dopo fatti i compiti. Nello stesso anno entrarono nel circuito italiano anche Lords of Dogtown, di Catherine Hardwicke, sullo stesso argomento cioè sulla storia dei Z-Boys; e Roll Bounce, di Malcolm Lee, ancora sullo stesso sport estremo, ma visto in una situazione competitiva tra ragazzi del ghetto di Chicago e loro coetanei dei quartieri alti. Gus Van Sant è altra cosa. La “tavola” a rotelle c’è, ma potrebbe anche non esservi. Il tema del film non è lo skateboard, è il mistero indefinibile che configura l’occasione, l’occasione anche contraria e terribile, l’occasione che può cambiare la vita o può non cambiarla, secondo la circostanza e/o la sensibilità della persona che l’occasione la vive. Tema difficile da “raccontare” con un film, ma Van Sant è regista sperimentale, indipendente e superpremiato (Oscar per la regia di Will Hunting – Genio ribelle, 1998, Palma d’Oro a Cannes nel 2003 per Elephant, Premio speciale, ancora a Cannes nel 2007, per Paranoid Park) e utilizza l’equivoco come chiave di lettura della realtà personale, la propria. In sostanza, bada ad esprimersi in soggettiva, come un artista romantico che conosce il contesto. Usa il cinema “leggero”, non tanto per il “video” e per il “Super8” ma per un modo libero dalla sceneggiatura scritta, più fedele ai percorsi dell’occhio, all’intuito dello sguardo. Sicché la vicenda di Alex, 16 anni sbocciati e forse già appassiti, va ben oltre l’occasione drammatica di una sera inseguendo un treno merci. Va oltre eppure vi si lega e il nodo è così stretto da non permettere altro respiro che l’indifferenza. Non della cinepresa però, che invece resta sensibile ad ogni respiro, di un campo verde e del mare, di un giro di muro in equilibrio sulla tavola, di un segreto da confessare al padre, se per caso ti capita una volta di ammazzare un ferroviere. Il cinema è così, sperimentale.

Franco Pecori

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7 dicembre 2007