La complessità del senso
25 09 2017

Oldboy

film_oldboyOldboy
Regia Spike Lee, 2013
Sceneggiatura Mark Protosevich
Fotografia Sean Bobbitt
Attori Josh Brolin, Samuel L. Jackson, Sharito Copley, Elizabeth Olsen, Richard Portnow, Michael Imperioli, Lance Reddick, Max Casella, James Ransone, Hannah Ware, Grey Damon, Caitlin Dulany, Joe Chrest, Linda Emond, Ciera Payton, Brett Lapeyrouse.

Il mistero dell’ovvio è l’aria che respiriamo oggi. Così pare. Vestito di panni aggressivi e trasognati, montato in un cumulo di pericolosi quanto inevitabili impatti, il mistero non si può che attraversare, fino all’esito ignoto di una prigionia insensata e fino alla fine sconsolata del più caro degli affetti, come può essere l’amore di un padre per la propria figlia. Ma non conta tanto il tipo di parentela quanto il tessuto in cui il legame nasce e s’intreccia. Se in ciò v’è colpa, redenzione e vendetta fanno parte del gioco, strutture narrative e/o valori espressivi, poco importa. Può dirsi mantra, un possibile mantra che non disdice col cinema. Così è parso a Spike Lee, autore il quale, impegnato negli anni ’80-’90 ad affermare i valori della cultura afroamericana (Fa’ la cosa giusta, Malcolm X), ora, secondo una sua saggezza, sembra non sapere più come fare “la cosa giusta”. Anche i tempi de La 25a ora (2002), di Lei mi odia (2004) e perfino di Inside Man (2006) sembrano lontani. Ora il problema è trovare la pace interiore. Spike Lee si ispira (non parlategli di semplice remake) a l’Old Boy di Park Chan-Wook (2004). Per il protagonista dell’attuale Oldboy, Joe Douchett (Josh Brolin), la lotta è durissima. Non tanto per gli scontri violenti con decine di oppositori energumeni e armati, ché a quel livello interviene la convenzione “graphic novel” col suo richiamo orientale (autori ispiratori Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegishi), ma per il meccanismo, interiore per l’appunto, di inesauribile ribaltamento potenziale di ogni possibile soluzione che riguardi la sostanza spirituale del vivere. Vogliamo dire dei sentimenti? Meglio, se mai, di un’attrazione extra, che vada al di là di una facile e meccanica verosimiglianza, per portarci – meglio trasportarci – nei mondi del viaggio notturno, delle prigionie e delle liberazioni non troppo facilmente riscattabili. Joe è un uomo a pezzi, più alcol e droga che H2O. Riesce appena a rendersi conto che gli è nata una figlia, poi stravolto e incosciente si ritrova in una stanza disadorna, la porta è chiusa, non vi sono finestre, solo uno schermo televisivo. Direte: non è una condizione molto diversa da quella che quasi tutti viviamo! Metafora accettabile, fatti salvi i motivi di tale imprigionamento. La curiosità di conoscerli annienterebbe la voglia di vivere di molti, ma non di Joe, il quale resiste per 20 anni finché viene liberato e “invitato” a indagare sulla “cosa ingiusta” che gli è capitata. Qualcuno potrà aiutarlo, un certo Adrian Pryce (Sharlto Copley), ma non sappiamo bene il perché. Lo stesso dicasi di Marie (Elizabeth Olsen), giovane assistente di cui possiamo cominciare a intuire la funzione anche narrativa. Poi non c’è più tregua, il vortice delle implicazioni aumenta d’intensità e travolge la fantasia fino a una catarsi finale che, purtroppo, sfiora il ridicolo. Ma da un certo punto di vista la cosa non ci dispiace del tutto: ne guadagna il puro divertimento e si attenua il carattere di “necessità” interiore, francamente poco sentito alle nostre latitudini.

Franco Pecori

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5 dicembre 2013