La complessità del senso
22 11 2017

Nella Valle di Elah

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In the Valley of Elah
Paul Haggis, 2007
Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Susan Sarandon, James Franco, Jonathan Tucker, Frances Fisher, Jason Patric, Josh Brolin, Wes Chatham, Mehcad Brooks, Victor Wolf, Jake McLaughlin.

Ispirato a una storia vera, «impossibile da portare sullo schermo», come la definisce Haggis, già autore di Crash – Contatto fisico e sceneggiatore di tre titoli di Clint Eastwood, Million dollar baby, Flags of our fathers, Lettere da Iwo Jima. Colpevolmente ignorato dalla giuria della Mostra di Venezia, Nella valle di Elah  è, in prima lettura, un film contro la guerra in Iraq, ma va al di là dello specifico, o meglio si spinge in profondità e affronta il problema di un certo patriottismo rigido, visto nei suoi risvolti umani. Le conseguenze sociali e politiche sono implicite e Haggis le lascia alla riflessione dello spettatore. L’impatto emotivo, questo il merito essenziale del film, non è disgiunto dalla ferma determinazione delle osservazioni. Sicché il racconto di un padre che decide di scoprire in prima persona come mai il figlio reduce dall’Iraq risulti misteriosamente assente, diventa l’indagine, progressiva e dettagliata – magistrale la capacità del regista di cogliere nei particolari il senso dei comportamenti -, sul dramma di vivere, sia sul campo di guerra sia nel quotidiano di quanti, specie genitori, restano a casa. La guerra è vista come momento rivelatore di una condizione più generale, che mette in gioco una visione del mondo. Hank (Tommy Lee Jones), sergente di polizia militare in pensione, tipico uomo tutto d’un pezzo, aveva giudicato che l’arruolamento volontario per l’Iraq avrebbe potuto “far bene” al suo secondogenito Mike (Jonathan Tucker), nonostante già il primo figlio fosse caduto per la patria. Ora però che Mike sembra essere scomparso nel nulla, Hank vuole vederci chiaro e parte per Fort Rudd, un ambiente che conosce bene. O almeno crede di conoscere bene. Passano i giorni e Mike non si fa vivo. Man mano che i dubbi crescono nella mente del padre, cresce nel cuore dell’uomo un’angoscia che non è solo legata alle ipotesi sulla sorte del figlio, ma anche ai possibili propri errori di valutazione, errori che potrebbero venire da pregiudizi verso il contesto civile. Il film ha un carattere misto di thriller e di azione, per cui non entriamo più di tanto nel contenuto. Va piuttosto sottolineata la bravura di Haggis (in questo si nota una continuità con Crash) nel costruire i personaggi secondo un principio di realismo interno, di verosimiglianza rispetto a se stessi. Il racconto si nutre allo stesso modo di tutte le loro presenze, niente è “contorno” – pensiamo al ruolo di Charlize Theron, l’ispettrice di polizia che non si arrende al tentativo di “insabbiamento” della vicenda da parte dell’esercito, e pensiamo al ruolo di Susan Sarandon, la moglie di Hank, che col suo dolore di madre, appartato e profondo, dà anche sostanza alla progressiva coscienza del marito. E’ la coscienza di un padre, uno dei tanti, che, come fece il Re Saul con Davide nella Valle di Elah contro Golia, ha mandato suo figlio in guerra. E il figlio è un ragazzo d’oggi, che parte col telefonino, filma e vive le nefandezze della guerra e rischia, al ritorno, di restarne vittima. Dolore e riflessione sono il dono del film.

 

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guarda il video dell’intervista
a Paul Haggis
di Francesco Gatti per Rainews24

e

L’Iraq nel cinema
(nuovo filone bellico)

Franco Pecori

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30 novembre 2007