La complessità del senso
21 09 2017

Lascia perdere, Johnny!

film_lasciaperderejohnny.jpgLascia perdere, Johnny!
Fabrizio Bentivoglio, 2007
Antimo Merolillo, Ernesto Mahieux, Lina Sastri, Roberto De Francesco, Luigi Montini, Flavio Bonacci, Ugo Fangareggi, Daria D’Antonio, Peppe Servillo, Fabrizio Bentivoglio, Valeria Golino, Toni Servillo.

L’istanza d’ingenuità, provocatoria nel contesto attuale, è la sostanza di questo esordio, considerevole, di Fabrizio Bentivoglio nella regia. Struggente come un miracolo a Milano (sì, viene in mente il De Sica del 1951, di quel mondo in cui “Buongiorno” volesse dire “Buongiorno”), il racconto vive di un feeling sommesso e profondo, che chiama la musica a sostegno dell’innocenza. Il protagonista, Faustino (Merolillo, prima volta sullo schermo), funziona come una specie di apparizione miracolosa, un diciottenne che dal Sud meno rappresentativo, più normalmente volgare, tira un filo immaginario, trasognato, fino al Nord, alla nebbia notturna e periferica di Rho, dove il Duomo non è quello ma forse è migliore. Faustino è e resta innocente: spera di far contenta la mamma (Sastri, fresca e non retorica), cercando un contratto di lavoro che gli permetta di evitare il servizio militare (figlio unico di madre vedova, siamo negli anni Settanta) e nello stesso tempo insegue il mito del chitarrista rock – ci spera, pure se tutto ciò che gli sta intorno è falso e misero. «Lascia perdere, Johnny», gli dice amaro il pianista “famoso” (Bentivoglio) mentre lo illude di un futuro possibile da musicista. Ed è sull’orlo di quell’abisso di solitudine e di sconsolato disvelamento che, invece, Faustino trova l’àncora della sua ingenuità, della sua fede senza difesa. E’ patetico, Faustino – qui siamo sul versante espressivo, che tocca momenti di strana fusione stilistica, tra la voglia di umanità favolosa del più poetico realismo postbellico e l’astuzia innocua e barocca del macchiettismo delle Saraghine e del finto mistero delle note sospese nell’aria. Patetico nel senso vero della parola, Faustino. E salvifico, ché riscatta dalle situazioni meschine le figure di un “varietà” stracciato e consunto (centrale il personaggio dell’impresario evanescente, Mahieux) soltanto col suo sguardo “improprio”, con la sua parola semplice (fuori campo, interiore). Peccato, nello stile, per un’insistenza nei ritmi rallentati e per un utilizzo di Toni Servillo un po’ troppo caricato di metafora dell’ubriaco.  Il regista, parlando del film, ricorda l’esperienza avuta, da musicista dilettante, con gli Avion Travel, una “famiglia” dalla quale, per un certo periodo, è stato «adottato». Ma il riferimento non pare essenziale. Più forte, per contrasto con l’ “ingenuità” di Faustino, la memoria storica di un periodo terribile, il decennio delle P38.

Franco Pecori

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30 novembre 2007