La complessità del senso
21 09 2017

Leoni per agnelli

film_leoniperagnelli.jpgLions for Lambs
Robert Redford, 2007
Robert Redford, Meryl Streep, Tom Cruise, Michael Peña, Derek Luke, Andrew Garfiel.

Per i giovani soprattutto. L’indipendente Redford, fondatore del Sundance Film Festival e, con Jane Fonda, una delle prime star del cinema americano a reclamare negli anni ’70 il diritto dell’attore di “mettere le mani” sulle sceneggiature da interpretare, prende di petto il tema politico che più brucia nel quadro mondiale, terrorismo e guerra, e ne fa un film per il dibattito, dichiaratamente provocatorio. E’ un cinema diverso dai documentari di Michael Moore. L’impianto è solidamente drammatico, il “documento” viene  dall’interno delle coscienze, dei personaggi e degli spettatori, chiamati a partecipare alla discussione non più sui pro e contro ormai strarisaputi, ma su qualcosa che vuol essere trovato in profondità. Facciamo conto di essere in un luogo scenico ideale con tre porte da aprire. Entriamo nella prima e siamo in un ufficio del Congresso, dove l’ambizioso senatore Jasper Irving (Cruise, anche produttore esecutivo per questo primo film della rinata United Artists) ha chiamato l’importante giornalista Janine Roth (Streep) per “vendergli” una notizia-bomba su una nuova strategia Usa nella guerra al terrorismo. Il serrato duello dialogico vale un’intera pièce, per la grande prova dei due attori (prima volta insieme) e per le informazioni “derivate” che contiene. E mentre assistiamo allo scambio di battute si apre l’altra porta. Da Washington passiamo alla West Coast University, nell’ufficio del dottor Malley (Redford), professore di storia con molti anni di insegnamento alle spalle, il quale ha chiamato per un colloquio Todd (Garfield, attore di teatro inglese, esordiente nel cinema), uno studente che lo ha colpito per la sua ribellione solitaria, un ragazzo intelligente che da qualche tempo ha smesso di frequentare con assiduità le lezioni e sembra aver scelto di “godersi la vita”. Qui siamo nel cuore del film. Il confronto tra le due generazioni e le due esperienze è appassionante perché alla lucidità delle argomentazioni (l’equivalente di tutto un corso di pedagogia moderna tradotto in parole correnti) si unisce la trasparenza di un sincero coinvolgimento emotivo, radice unificante della decisione di rivolgersi al pubblico, agli americani per primi, per una riflessione sullo stato delle cose. La terza porta si apre, per analogia, sulle alture desertiche dell’Afghanistan, lontane da Berkeley ma vicine per la presenza di due soldati, un messicano e un afroamericano, Ernest (Peña) e Arian (Luke), che in un’azione contro i talebani dividono fraternamente il rischio della vita. I due ragazzi hanno frequentato i corsi di Malley e ora, nel gelido e mortale paesaggio notturno di guerra, incarnano il portato umano dei dibattiti in corso nel loro Paese. E’ il momento “spettacolare” del film, che però vive in stretta relazione con gli altri due. Le tre porte si aprono su un orizzonte comune e ciascuna, a sua volta, è anche la chiave per aprire l’altra.

Franco Pecori

Print Friendly

21 dicembre 2007