La complessità del senso
20 11 2017

Captain Phillips – Attacco in mare aperto

film_captainphillipsCaptain Phillips
Regia Paul Greengrass, 2013
Sceneggiatura Billy Ray
Fotografia Barry Ackroyd
Attori Tom Hanks, Catherine Keener, Barkhad Abdi, Barkhad Abdirahman, Faysal Ahmed, Mahat M. Ali, Michael Chernus, David Warshofsky, Corey Johnson, Chris Mulkey, Yul Vázquez, Max Martini, Omar Berdouni, Mohamed Ali, Issak Farah Samatar.

Pirateria in mare. Ancora i Caraibi? No, qui Johnny Depp non può farci niente. L’epoca dei velieri spagnoli e inglesi a confronto è lontana, quel simpaticone del capitano Jack Sparrow ha lasciato il posto all’avidità di disperati mossi da altre esigenze, gente dal destino più incerto e drammatico, senza sorriso. E’ il nostro secolo, 2009, siamo nelle acque internazionali di fronte alla Somalia. Il capitano stavolta ha la faccia di Tom Hanks, non è un pirata, è l’irlandese Richard Phillips e guida verso Mombasa la nave portacontainer Maersk Alabama, carica di prodotti dal mondo del benessere. E’ un mondo che – sembra dire il somalo Muse (Barkhad Abdi), capo degli assalitori in mare aperto – deve “pagare il dazio” per la sua ricchezza, a fronte della fame dei pescatori locali, invasi dalle società straniere, avviliti dalla corruzione e dalle violenze della guerra. Sono ragioni comprensibili, Phillips ha l’aria di comprenderle, ma si chiede anche se non debba esservi “un modo di vivere diverso dal fare il pescatore e rapire le persone”. La domanda arriva quando, al culmine dello stress dovuto alla decisone dei pirati di prendere in ostaggio Richard e di fuggire con lui verso terra a bordo della scialuppa attrezzata in dotazione alla nave, le cose si mettono male: è in arrivo la Marina Usa, intenzionata a risolvere comunque la situazione. La lunga sequenza “inseguimento” è condotta con la dovuta maestria da Paul Greengrass, regista britannico che ha dato prova di pertinente combinazione tra diverse componenti narrative, quali “azione” e “introspezione”, soprattutto nei film sulla crisi d’identità del personaggio John Bourne (Matt Damon in The Bourne Supremacy 2004 e The Bourne Ultimatum 2007). Qui gran parte del merito va dato alla bravura stranota di Tom Hanks, sul cui volto si stampa la tremenda fatica di resistere alla pressione fisica e psicologica del rapimento, nell’incertezza del suo esito. Emerge, senza retorica e senza ovvietà, il lato umano del personaggio, il quale sta svolgendo il proprio lavoro, non per una vocazione speciale, ma semplicemente per dedizione scrupolosa al dovere professionale. Mentre la Maersk Alabama con il proprio equipaggio vive  il suo momento di sospensione, nella capsula che tenta di raggiungere la costa somala i due mondi, di Phillips e di Muse, cercano la sopravvivenza. Due uomini rappresentano la doppia faccia di un vivere oggi, in mare aperto, all’incrocio della storia mercantile, con sulle spalle il carico di intenzioni forse non contrastanti eppure nella pratica inconciliabili. Tratto dall’autobiografia di Richard Phillips e costato 55 milioni di dollari, il film, per la spettacolarità “seria” (non artefatta a dismisura rispetto al contenuto) e per la coerente cifra stilistica, vale tutto il suo carico emotivo/riflessivo.

Franco Pecori

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31 ottobre 2013