La complessità del senso
23 09 2017

Una piccola impresa meridionale

film_unapiccolaimpresameridionaleUna piccola impresa meridionale
Regia Rocco Papaleo, 2013
Sceneggiatura Valter Lupo, Rocco Papaleo
Fotografia Fabio Zamarion
Attori Riccardo Scamarcio, Barbara Bobulova, Rocco Papaleo, Sarah Felberbaum, Claudia Potenza, Giovanni Esposito, Giampiero Schiano, Mela Esposito, Giuliana Lojodice, Giorgio Colangeli.

Dice Rocco Papaleo: «Quando scrivo parto sempre dalla musica». La spiccata sensibilità musicale dell’attore/regista si rivela decisiva per la resa artistica del secondo film, dopo l’esordio nella regia con Basilicata coast to coast (2010). Non sembri un giudizio eccentrico, o almeno non lo vuole essere. L’apporto della jazzista romana Rita Marcotulli, pianista e compositrice nata e cresciuta con l’esplosione del jazz italiano degli anni Settanta, è parte essenziale della “piccola impresa” in questione. Il titolo del film, infatti, si può intendere anche – e forse soprattutto – riferito alla realizzazione stessa di Una piccola impresa meridionale, un lavoro che Papaleo – stando al risultato e al di là dello schema narrativo – sembra aver impostato come un procedimento la cui “fattura” è trasparente, si propone, scena dopo scena, come il senso stesso dell’opera. Un po’ anche per via della “guida” che il regista ci offre suggerendo la chiave interpretativa con la sua voce fuori campo, il film “si svela” lasciando man mano trasparire la propria qualità intenzionale. E la musica, appunto, non è mai “commento” bensì respiro poetico, consonante con le immagini montate. Perfino Scamarcio viene coinvolto nella dimensione “artistica”, il suo personaggio, Arturo – cognato “cornuto” di don Costantino (Papaleo), prete spretato e disperazione di mamma Stella (Lojodice, grintosa e spiritosa) -, è infatti un musicista con predilezioni non precisamente “commerciali”. Insomma, siamo nel “cinema di poesia” e la musica è componente intrinseca. Tutto questo non vuol dire che il film sia un capolavoro perfettamente riuscito, in più di una fase risulta anzi alquanto velleitario, pagando l’ambizione di giocare la partita espressiva sul filo di un rischiosissimo “fuorigioco”, tra sarcasmo e paradosso, in un continuo esercizio della provocazione tematica. La famiglia del prete spretato è una specie di contenitore simbolico che racchiude in sintesi le più usuali contraddizioni sociologiche e morali del nostro tempo. La madre “confina” il figlio ormai “perduto” in un vecchio faro in disuso davanti al mare: lo salverà dalle malelingue paesane. Ma l’isolamento di Costantino durerà molto poco. Arriva e chiede ospitalità nientemeno che Magnolia (Bobulova), prostituta senza complessi. E, via via, il faro si popola di un campionario aggiornato di tipologie dei malesseri attuali: omosessualità (le corna di Arturo non sono dovute a un tradimento classico)  e matrimonio “libero”, creatività nella riattivazione del Sud (con un po’ di buona volontà il faro può diventare una struttura alberghiera ecosostenibile), rialfabetizzazione delle nuove generazioni (la piccola figlia – Mela Esposito – del pazzesco imprenditore girovago venuto ad aggiustare il tetto deve accettare di prepararsi per la licenza elementare se vuole evitare la cancellazione del proprio affidamento al padre) per una diversa coscienza delle famiglie. Papaleo non rinuncia a “raccontare” ma, la complessa materia rischia di essere parcellizzata in scenette situazionali, legate dall’umorismo dell’autore, efficace e gradevole finché non va a intaccare il piano poetico e il suo valore di “impresa” cinematografica. 

Franco Pecori

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17 ottobre 2013