La complessità del senso
20 09 2017

Il nascondiglio

film_ilnascondiglio.jpgIl nascondiglio
Pupi Avati, 2007
Laura Morante, Rita Tushingham, Burt Young, Treat Williams,  Yvonne Brulatour sciò, Peter Soderberg, Giovanni Lombardo Radice, Angela Pagano, Sydne Rome, Angela Goodwin, Marin Jo Finerty, Chiara Tortorella, Tom Rötteger-Morgan, Marina Ninchi.

Thriller con poesia. Può essere? Certo. C’è solo un problema: un film “di genere”, per esempio “del terrore”, può essere anche un film d’autore, cioè poetico? La domanda è retorica, ma ci serve per sgombrare il campo da certi equivoci, francamente un po’ grossolani, per cui spesso, mentre si tende alla classificazione dei film secondo categorie di genere, si carica il genere di giudizi di valore: serie A, serie B. E poi all’interno delle categorie si ritorna, per così dire, al valore-valore, per cui si attribuisce al tale o al tal altro regista il titolo di “maestro”. Curioso specialmente il maestro di serie B. E se il maestro di B diventasse poeta? Senso più circostanziato avrebbe una classificazione per riconoscibilità di stereotipi, secondo le ricorrenze nei diversi film, giacché spesso anche il film d’autore, specie se carente di  forza autoriale, si presenta come film “d’autore”. Ma stile, genere e valore non vanno confusi, o meglio non vanno utilizzati in funzione l’uno dell’altro. Sicché non valuteremo Il nascondiglio secondo l’appartenenza a un genere prima che per la sua poesia – e tanto più  in quanto Avati, magari un po’ narcisisticamente, esibisce la scelta di genere, quasi sbandierando una nostalgia di “finestre che ridono”, mentre invece si applica, come sempre, all’espressione interna, al proprio metodo di discrete sensibilità, di oneste rivelazioni, di incantevoli regressioni, di coraggiosi recuperi d’esperienza. Avati ritorna al “genere”? Lo dice egli stesso presentando il film: «Avevo avvertito il desiderio molto forte di tornare a quel genere gotico…»; lo dice forse anche un po’ per “vendere” il prodotto, ma si fa perdonare. Quella casa nel Midwest americano, Davenport, lo Iowa, è lontana e vicina. Il ristorante che l'”italiana” Morante vuole aprirvi, nonostante qualche… cattiva impressione già dal primo arrivo, è un invito alla tavola dell’inconscio, dove il menu è sempre, per forza di cose, ricco di implicazioni, di sfumature, di sapori misteriosi, da assaporare e da decifrare. Fa parte della suspense il tempo trascorso, i 50 anni che separano l’inizio della storia – una nevicata, un’orribile strage, forse anche un suicidio – dall’inizio dell'”indagine” che la protagonista si sente costretta a perseguire, passando man mano dal fuori al dentro, fino a “consumare” la propria situazione negli spazi nascosti di segreti indicibili. Sesso implicito, tagli del montaggio rapidi ma “naturali”, senza volgarità sonore, come un invito a seguire la vicenda in punta di piedi. Laura Morante mostra di aver trovato la sintonia con il proprio personaggio e cioè col regista. Non è poco trattandosi di poesia. E trattandosi di poesia, non misureremo in termini di stretta verosimiglianza referenziale le scene dell’ultima parte del film. La “spiegazione” finale può sembrare troppo “semplice” rispetto alla crescita progressiva del contenuto, ma proprio qui è il punto: la poesia può vincere sul genere fino ad indebolirne la necessità.

Franco Pecori

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16 novembre 2007