La complessità del senso
20 11 2017

To the Wonder

To the Wonder
Regia Terrence Malick, 2012
Sceneggiatura Terrence Malick
Fotografia Emmanuel Lubezki
Attori Ben Affleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem, Tatiana Chiline, Romina Mondello, Tony O’Gans, Charles Baker, Marshall Bell, Will Wallace.
Premi Venezia 2012, concorso. Premio Signis.

Come sempre, Malick si prende tutto il tempo per connotare riflessione, discorso interiore, memoria e lascia emergere tematiche da dibattito vestite con abiti d’arte. Questa volta racconta di amore duraturo e non duraturo, trovato, perduto, ritrovato e disperso. Rallenty, sincronismi, dettagli, inserti, frammentazione, contrazione e decontrazione di spaziotempo, catture “improvvisate” di materiali naturali che vanno a formare una catena allusiva, la quale finisce per prevalere fino al dominio complessivo del senso. A Parigi, Marina (Olga Kurylenko) incontra Neil (Ben Affleck) e sembra che la sua situazione di giovane madre – una figlia dodicenne avuta a 16 anni con un marito andato a male – possa sistemarsi. Poi si va in Oklahoma, cambia il paesaggio e il rapporto con la natura – una costante del cinema di Malick – si fa più vistoso e immaginifico. Si intensifica il tira e molla “interiore”, la coppia non riesce a funzionare con costanza. Il prete locale (Javier Bardem) ce la mette tutta per trasmettere parole buone -” Il marito deve amare sua moglie come Cristo ha amato la Chiesa e dare la sua vita per lei” -, ma pure lui ha i suoi tormenti e gli pesano non poco. Sono appena terminate alcune sequenze banali sulla difficoltà della figlia di Marina ad accettare il “nuovo padre” ed ecco che tra i bisonti nei campi emerge la bionda Jane (Rachel McAdams). La ragazza ha un carattere complicato dall’educazione ricevuta. “Mio padre – ricorda anche per noi – diceva: Quello che succede è per il meglio. Lui ci credeva”. E qui entra nel ring della vita il combattimento tra piacere, lussuria e amore devoto. Intuiamo che finisca in parità. “Vuoi pregare?”, chiede Jane a Neil. Nessuna risposta. Nemmeno Marina sta ferma.  Rivede il primo marito, amore e divorzio si legano bene. Le colpe, gli impulsi irrefrenabili, la ribellione, l’ubbidienza, la rivolta, la pace, la fuga, il ritorno, la confessione, la comunione, il pentimento, la contraccezione, la libertà sessuale, un accenno di “omo”, perfino il carcere e gli umili, i disgraziati, bisognosi anche loro dell’aiuto del prete. Ripetuti “balletti” e saltelli classici per seguire passaggi di sequenza sul filo del senso. E’ un senso aprioristico, strategicamente lasciato “libero” per la soddisfazione ti tutti, del pubblico più vasto. Non è vero che il cinema di Malick sia un cinema per pochi: è proprio il contrario. E’ per questo che, se mai, può annoiare. E’ Godard senza Godard, è Truffaut senza Truffaut, è Rossellini senza Rossellini, è Bergman senza Bergman. Malick è l’America senza l’America, è il cielo senza il cielo, è la terra senza la terra. E’ la proposta senza la proposta. “Open me, enter me”. Ancora tanti film da fare, tanti miracoli da suggerire. Tante meraviglie. Le abbiamo viste e percepite fin dall’inizio. Che meraviglia Mont St. Michel! Che meraviglia il volto insolitamente filosofico di Ben Affleck! Che meraviglia l’amore che sboccia sulle labbra sorridenti di Olga Kurylenko! Com’è stato bello scoprire le bellezze antiche della metropoli parigina vivendole come-se fossero state messe lì proprio per noi! E’ un sogno? – ci chiedevamo – è forse pubblicità? Ma no! non poteva essere pubblicità, mancava il “pacco”, l’immagine del prodotto da vendere, esibita in primo piano. Vuoi vedere – ci siamo detti – che si tratta di una “Grande Bellezza” senza ironia né sarcasmo, una Bellezza con una volgarità sottostante e tutta da scoprire, per intenditori? Volteggiando e piroettando felici per i parchi verdi, i protagonisti ci facevano sentire bambini. E finalmente essere in Oklahoma, abbracciare il cielo con le braccia tese in un’alba americana. Pensate: un aereo lasciava la sua striscia! E saltellare nel superstore come nel parco verde. Soltanto un piccolo dubbio ambientale, un accenno all’inquinamento delle acque, ma solo per dovere d’attualità, senza dare fastidio al racconto e né tantomeno al flusso interiore. Messinscena, fotografia, scenografia, montaggio e tutto il resto sono poi risultati, manco a dirlo, “meravigliosamente” rispondenti alla wonder-regola del film. La questione è se la meraviglia dell’arte debba essere applicata all’arte o se ne debba scaturire. Un fruitore avveduto il problema se lo pone. E allora sarà da chiarire, intanto, che qualsiasi immagine su uno schermo è metaforica, frutto di una scelta e di una combinazione, parametri che determinano il linguaggio. Metà phèro, porto oltre, trasporto. La metafora in quanto tale non è specialità di Malick. Ma si insiste molto sulla qualità metaforica del cinema dell’autore in questione. Il discorso è diverso. Non è che altri facciano un cinema non metaforico e Malick sia specialista della metafora. Si tratta di vedere come la metafora costruisce il senso delle immagini. Qui e in ogni film.

Franco Pecori

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4 luglio 2013