La complessità del senso
24 09 2017

P.O.E. – Poetry of Eerie

P.O.E. – Poetry of Eerie
1) Il giocatore di scacchi di Maelzel 2) Le avventure Gordon Pym 3) Il gatto nero 4) La sfinge 5) L’uomo della folla 6) Silenzio 7) La verità sul caso Valdemar 8 Canto
Regia 1) Domiziano Cristopharo 2) Giovanni Pianigiani, Bruno Di Marcello 3) Polo Gaudio 4) Alessandro Giordani 5) Paolo Fazzini 6) Angelo e Giuseppe Capasso 7) Edo Tagliavini 8 Yumiko Itou  – 2011
Sceneggiatura 1) Andrea Cavalletto 3) Paolo Gaudio 4) Marco Varriale, Lulù Cancrini 6) Giuseppe Capasso, Lorenzo Cammisa 7) Edo Tagliavini
Fotografia 1) Domiziano Cristopharo 3) Chester Copperpot 4) Michele De Angelis 6) Angelo e Giuseppe Capasso 7) Edo Tagliavini
Attori 1) Angelo Campus, Luca Canonici 2) Marco Borromei, Gianluca Russo 4) Laura Gigante, Mariano Aprea 5) Lorenzo Semorile 6) Sara Cennamo, Dario Biancone 7) Gerardo Lamattina, Danilo Conti, Marcello Moretti, Rita Fedozzi, Alessandro Garavini, Alessandro Randi, Matteo Bonazza, Edo Tagliavini.

Avanguardia? C’erano una volta a Roma gli anni Sessanta/Settanta, quando al Filmstudio – 100 sedie in un rettangolo, entrata con tessera e poi, dal ’75, secondo spazio e unica multisala italiana – si vedevano i Fluxus di Andy Warhol commentati dal vivo dal Gruppo Romano Free Jazz, o si vedeva il super8 Autarchico di Nanni Moretti, o il video Anna di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli e s’era già visto nel ’69 l’unico film italiano di Jean-Luc Godard, Vento dell’Est, e i Non riconciliati (1965) di Jean Marie Straub e Danièle Huillet non erano ancora dimenticati. Film come questo, costruito assemblando per 80 minuti 8 episodi (13 nella versione originale destinata alla diffusione virtuale, ownair.it) di diversi registi, vanno bene accolti in un quadro distributivo troppo attento alle grandi produzioni globalizzanti e perfino normalizzante verso l'”indipendenza” di distribuzioni solo un po’ più selettive. La poesia fantastica del “misterioso che fa paura” (Eerie) è qui il tema e lo scopo, per la sostanza e per la forma del contenuto, con cui gli autori sperimentano la propria “indipendenza” dal genere quale siamo abituati a considerarlo pensando all’horror tradizionale. L’abbreviazione puntata del titolo richiama lo scrittore americano Edgar Allan Poe (1809-1849), superclassico dell’horror/giallo, ma non si tratta di un’operazione di “recupero” letterario, quanto di una composita “contestazione” del genere cinematografico, inteso come prodotto finito, dalle connotazioni irrigidite fino allo slogan pubblicitario (“Fa paura? Ma quanto fa paura?”). I racconti di Poe prendono le forme espressive più varie, richiamando scelte poetiche dall’espressionismo al costruttivismo, ricorrendo anche all’animazione e non trascurando dosi di quotidianità onirica ridistribuite con giusto equilibrio. L’avanguardia è più intenzionale, volta alla provocazione “augurale” di possibilità diffusionali, che non specificamente estetica. Per paradosso, dato lo spiccato orientamento laboratoriale “artistico”, il film finisce per essere addirittura una proposta anti-horror, anti standardizzazione del genere e un invito a riattivare la fantasia, partendo da una certa diffusa “pacificazione” delle coscienze cinematografiche. L’uscita nelle sale del circuito di Distribuzione Indipendente non vuol certo essere un atto di autocastrazione.

Franco Pecori

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7 giugno 2013