La complessità del senso
18 10 2017

Tutti pazzi per Rose

Populaire
Regia Régis Roinsard, 2012
Sceneggiatura Régis Roinsard, Daniel Presley, Romain Compingt
Fotografia Guillaume Schiffman
Attori Romain Duris, Déborah François, Bérénice Bejo, Shaun Benson, Mélanie Bernier, Nicolas Bedos, Miou-Miou, Eddy Mitchell, Frédéric Pierrot, Marius Colucci, Emeline Bayart, Yannik Landrein, Nastassia Girard, Caroline Tilette, Jeanne Cohendy, Dominique Reymond, Serpentine Teyssier.

Tutto ciò che una ragazza moderna può desiderare? Non è una domanda semplice, dipende anzitutto dalla circostanza entro cui viene formulata e più in generale dal quadro storico di riferimento. Sentimenti, percezione e visione del mondo non si trovano in natura ma sono prodotti dei tempi in cui si vive, a loro volta risultato dei secoli e dei millenni, diciamo della civiltà. Non sembri un discorso troppo generico, vuol essere invece l’indice essenziale di un parametro indispensabile per orientare in modo discretamente adeguato la pertinenza interpretativa di un film come questo del francese Régis Roinsard, opera prima presentata fuori concorso al Festival di Roma 2012. Siamo chiamati a un trasferimento bello e buono dai giorni nostri al 1959, un passo indietro di mezzo secolo che ci porta in un ambiente molto diverso dall’attuale. E’ un ambiente ben riconoscibile per chi ha presente la commedia cinematografica americana di allora e le figure mitiche di Audrey Hepburn, Kim Novak, Marilyn Monroe, Shirley MacLaine, Gene Kelly. Ma per lo spettatore non proprio cinefilo può trattarsi di un impatto abbastanza duro con forme di vita, di comportamento e con percezioni anche cromatiche (i rossi e i blu di cui si tinge il film, grazie all’appropriata fotografia di Guillaume Schiffman)  molto codificate secondo un quadro che, appunto genericamente, possiamo definire “popolare”. Non a caso il titolo originale del film è Populaire. Il problema, non da poco, è che ciascuna epoca ha il proprio concetto di “popolare” e il rischio di tali trasferimenti di genere è di rendersi quasi-inavvertibili, trasmettendo da un’epoca storica fino a noi un feeling complessivo diverso dal nostro, che può semplicemente venire scambiato per equivalente “universale”. Dopo di che, possiamo tranquillamente goderci la storia di Rose (Déborah François), ragazza francese di provincia (Bassa Normandia) che sogna di diventare segretaria a Parigi e s’impegna a studiare la dattilografia. Ciascuna epoca ha i suoi oggetti simbolo, la macchina da scrivere ha segnato in vario modo e a diversi livelli i momenti di passaggio dalla scrittura a mano al digitale che utilizziamo oggi. E negli anni Cinquanta si prestò a simboleggiare la modernità di un’efficienza pratica e veloce, tanto da essere vista come strumento rappresentativo dagli importanti uomini d’azienda. Strumento che, dati i tempi antecedenti alla successiva emancipazione femminile degli anni Sessanta, finì per identificarsi tout-court con la persona utilizzatrice, meglio se ragazza giovane e avvenente. Trionfò, dagli Stati Uniti, la moda delle gare di velocità nella battitura di un testo, si moltiplicarono i campionati, locali, regionali, nazionali e mondiali. Delicata nelle fattezze, Rose ha un carattere di ferro e s’impegna ad acquisire la manualità necessaria per aspirare a vincere, prima in Francia e poi addirittura nella sfida “impossibile” con la dattilografa americana detentrice del record di battitura. Fatale l’implicazione del “cuore” con il datore di lavoro, Louis Échard (Romain Duris), direttore di una società di assicurazioni. E però è proprio su tale punto di ovvietà che il regista sa innescare una complicanza che libera il film da una rigidezza troppo scontata spingedolo fin quasi a punte di suspence hitchcockiana. La maschera dell’attore, in questo senso positivamente ambigua, viene utilizzata per esprimere una complessità di sentimenti, non necessaria alla semplice evoluzione “sportiva” del racconto ma determinante, invece, nella gestione meno lineare dei rapporti tra i protagonisti. Louis porta dentro di sé una storia che non vuole morire, con il suo precedente grande amore, Marie (Bérénice Bejo), che ora è moglie del suo più caro amico, Bob (Shaun Benson): colpa dello sbarco degli americani in Normandia, ma colpa anche di un groviglio psicologico che ha bloccato Louis sulla soglia dei sentimenti più autentici. Vediamo l’uomo irrigidirsi verso la segretaria che pure è pronta ad amarlo e temiamo perfino, in certi momenti, che possa succedere qualcosa di spiacevole. Nasce una relativa sospensione del senso che riscatta, artisticamente, la ridondanza del codice Vintage e rende l’happy end più sopportabile. Roinsard debutta nella regìa con la scaltrezza dell’esperto di pubblicità, ma sa usare l’occasione con intenti di ricerca che paiono seri, non solo nell’andamento scorrevole del montaggio. Ottima la scelta degli attori, la loro interpretazione non è “studiata”, si muovono con la giusta naturalezza d’epoca, trattenendosi da incongrue spontaneità.

Franco Pecori

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30 maggio 2013