La complessità del senso
17 12 2017

L’ipnotista

Hypnotisören
Regia Lasse Hallström, 2012
Sceneggiatura Paolo Vacirca
Fotografia Mattias Montero
Attori Tobias Zilliacus, Mikael Persbrandt, Lena Olin, Helena af Sandeberg, Jonatan Bökman, Oscar Pettersson, Eva Melander, Anna Azcárate, Johan Hallström, Göran Thorell, Jan Waldekranz, Emma Mehonic, Tomas Magnusson, Nadja Josephson.

L’ipnosi, come metodo per scoprire il colpevole del delitto, non è il tema principale del film. Certo, il medico Erik Maria Bark (Mikael Persbrandt) usa, o meglio riutilizza l’ipnosi che da tempo aveva abbandonato per risolvere il caso della strage di un’intera famiglia (padre, madre, sorellina) avvenuta nei sobborghi di Stoccolma. L’adolescente Josef (Jonatan Bökman), ritrovato in casa sanguinante ma ancora vivo, non sembra in grado di raccontare i fatti di cui è stato testimone. Il ragazzo è ricoverato sotto shock in ospedale e l’ispettore di polizia Joona Linna (Tobias Zilliacus) è alla disperata ricerca di indizi. L’idea di chiedere aiuto all’ipnotista viene a una collega di Erik, la quale conosce bene il medico per aver avuto con lui una relazione.  Entra già qui in gioco una problematica apparentemente collaterale – ma si rivelerà centrale -, di situazioni famigliari in una società compressa nelle sue articolazioni interpersonali. Mentre si delineava una storia di serial killer (sparita la sorella più grande di Josef, destinata forse ad essere la prossima vittima), la pratica dell’ipnosi sul ragazzo porta a una complicanza più interna, che implica la sua stessa condizione di essere figlio. Ne capiremo i risvolti procedendo il film sul versante della famiglia di Erik. L’ipnotista sta vivendo una crisi profonda con la moglie, crisi sofferta visibilmente anche dal figliolo Benjamin (Oscar Pettersson). Famiglie, genitori, figli, tensioni, violenze: ingredienti di una ricetta sociologica che appare il vero centro tematico del romanzo di Lars Kepler, da cui il film di Lasse Hallström, regista di opere molto diverse e lontane dal genere thriller, come La mia vita a quattro zampe (1985), Le regole della casa del sidro (1999), Il pescatore di sogni (2011). Dopo una parte mediana in cui la difficoltà di rapporti marito-moglie sale in primo piano nella casa dell’ipnotista, la terza parte del film vira decisamente verso ragioni e implicazioni relativamente più semplici, con la comparsa di una “madre vera”, di cui non vogliamo chiarire i connotati. Il risultato non è trasparente sul piano artistico, quanto invece finisce per esserlo a livello di “spiegazione” della trama, della cui ovvietà sarà meglio non parlare qui. Vale la pena, piuttosto, accennare alla difficoltà estetica insormontabile nell’uso del flash visivo per “leggere” i risultati “interiori”- qui dell’ipnosi -, privilegio poco pertinente nel cinema, come già visto in tanti altri film, perfino del maestro Hitchcock (Marnie). In Svezia, la figura dell’ispettore Joona Linna ha dato luogo a una serie di ben otto film.

Franco Pecori

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11 aprile 2013