La complessità del senso
20 11 2017

Il volto di un’altra

Il volto di un’altra
Regia Pappi Corsicato, 2011
Sceneggiatura Pappi Corsicato, Monica Rametta, Gianni Romoli, Daniele Orlando
Fotografia Italo Petriccione
Attori Laura Chiatti, Alessandro Preziosi, Lino Guanciale, Iaia Forte, Angela Goodwin, Franco Giacobini, Fabrizio Contri, Giancarlo Cauteruccio, Arnaldo Ninchi, Paolo Graziosi, Elisa Di Eusanio, Emanuele Salce, Daniele Orlando, Rosalina Neri Paziente, Clelia Piscitello.
Roma 2012, concorso.

Variazione del tema della vita “artificiale”. Dopo la sterilità e l’aborto (Il seme della discordia 2008), il regista napoletano (1960) apre con aria spavalda la porta del set per far entrare in abbondanza vistosi gettiti di rifiuti estetici, non di filosofia dell’arte ma di chirurgia plastica, e denuncia la moda dilagante (ma dilagata ormai da un bel pezzo) di cambiare il proprio volto per migliorarne l’aspetto in funzione di modelli dettati dalla dittatura del vivere per “immagine”. La protagonista Bella (Laura Chiatti) si immedesima nella parte della conduttrice/diva di un popolare programma televisivo. Messa in disparte per volontà dello sponsor – dato l’ascolto in calo – e con la complicità del marito René, chirurgo plastico (Alessandro Preziosi), Bella ha la “fortuna” di subire un incidente di macchina che sembra sfigurarla in volto. Nasce l’idea di approfittare dell’accaduto per intascare i soldi dell’assicurazione. Ma è un’idea troppo semplice e non stiamo qui a svelare il doppio risvolto che dovrà sorprendere lo spettatore. Sono lontani gli esordi brillanti di Corsicato (Libera 1993, I vesuviani 1997). In assenza di un degno e credibile sviluppo della sceneggiatura e in presenza di personaggi inseriti nella vicenda in funzione di semplici ingredienti referenziali (gli operai addetti alla manutenzione idraulica della lussuosa casa di cura che ospita pazienti in cerca di nuova faccia, uomini in tuta sull’orlo dello sciopero e comunque ammiratori persi della Bella diva), preferiamo delimitare il campo critico alla maniera del regista di realizzare la scena.  È il momento della presa di coscienza del valore negativo dell’apparire (televisivo e pubblicitario), con gli annessi e connessi di vario genere, le varie mode comportamentali, i tic e i vizi più o meno nascosti, soprattutto degli italiani. Ma c’è una novità: un “reality” come quello di un Matteo Garrone si traferisce direttamente nella realtà, non quella “reale” bensì la realtà della finzione, con il bagaglio dei codici anche nascosti, di uso comunissimo e di cui ormai non ci accorgiamo nemmeno più. Sicché gli attori e i personaggi si confondono in un manierismo dissimulato per ironia o ancor peggio per grottesco sarcasmo ed è inutile vestire tutti i presenti con costumi fantasiosi fino all’horror (si azzera ogni pur trasparente allusività felliniana) e fotografarli in pose eleganti e traslucide: saranno comunque attori che sembrano giocare a fare gli attori, un po’ come succede nei giochi dei bambini che fingono, anche immedesimandosi, di essere davvero lo sceriffo o il capo pellerossa. Tutto questo non in privato ma sul grande schermo. Non basta fingere lo stereotipo (appunto per dire: io ero lo sceriffo, io ero l’indiano) delle risaputissime figure massmediologiche per avanzare credenziali critiche, la distanza dagli oggetti si misura attraverso l’arte, visto che siamo al cinema. E anche la semplice tendenza farsesca meriterebbe una coerenza interna adeguata almeno al tracciato espressivo di una commedia seppur assai nostrana.

Franco Pecori

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11 aprile 2013