La complessità del senso
24 09 2017

Educazione siberiana

Educazione siberiana
Regia Gabriele Salvatores, 2013
Sceneggiatura Stefano Rulli, Sandro Petraglia
Fotografia Italo Petriccione
Attori Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Jonas Trukanas, Vitalij Porsnev, Peter Stormare, John Malkovich, Arvydas Lebeliunas, Daiva Stubraite, Jonas Cepulis, Vytautas Rumsas, Viktoras Karpusenkovas, Jokubas Bateika, Dainius Jankauskas, Denisas Kolomyckis, Zilvinas Tratas, Airida Gintautaite, Riccardo Zinna.

Gomorra e la Siberia. Qualcosa di più nobile, ma leggibile secondo una chiave di trasferimento dei codici, analogamente utile alla comprensione di un mondo che resiste all’evoluzione (buona o malvagia a seconda del punto di vista) del proprio sistema di relazioni. Mito e anti-mito lottano rappresentandosi con stile fiabesco mentre attingono al profondo stato infantile di un’educazione forse non più recuperabile. Tutto è “sbagliato” nel sistema Gomorra, ma per chi è dentro basta non uscirne. Tutto è giusto nella comunità criminale urca della Siberia estrema e appartata che Stalin trasferisce nel Sud e trasforma in galera politica, ma per chi è dentro basta non uscirne e continuare nell’osservanza di un’educazione ferrea e culturalmente funzionale. Ovvio che il “crimine onesto” non esiste, anche se a tenerlo in ordine è un vecchio nonno che predica bene per mantenere chiuso il recinto morale (il lupo non si venda agli uomini, diventerà il loro cane), ma chiarire l’accumulo della storia (nel senso anche della Historia, degli eventi narrati e da narrare nella loro complessità formale – e forma non è parola cattiva ma caratterizza invece la riconoscibilità degli umani) può essere impresa non semplice, specie se tentata dall’interno. Il mondo comunque procede e due bambini cresciuti nel clan dei “criminali onesti” possono andare incontro a vite diverse e inattese, se tutto intorno è nuova confusione, se muri crollano e corruzioni riemergono. E’ la sorte di Kolyma (Arnas Sliesoraitis) e Gagarin (Vilius Tumalavicius). A dieci anni ascoltarono la lezione del nonno Kuzja (John Malkovich), Salvatores li segue favoleggiando con immagini antropologiche e poetiche (non sempre segnate dalla giusta metaforicità del tratto) e ne riscrive l’orientamento in un succedersi di strati esistenziali che portano i due protagonisti a un “redde rationem” rintracciabile sulla loro stessa pelle, nei segni simbolico-narrativi dei tatuaggi che ne raccontano appunto la storia estraendola dal personale e fissandola in un discorso “primitivo” che giunga fino a noi. Kolyma è “buono” e cerca l’Occidente, Gagarin insiste nel proprio inferno, contaminando perfino l’innocenza di Xenja (Eleanor Tomlinson), ragazza “voluta da Dio”, cuore infantile e corpo di donna. Siamo tra il 1985 e il ’95, cade il Muro, si combatte in Cecenia, ogni trasgressione può essere riciclata nel mondo a venire. Resiste nell’autore di Io non ho paura (2003) la tentazione  della ricerca in profondità delle ragioni umane di una storia più estesa, anche nelle sue metafore “in progress”. Il film, tratto dal romanzo di Nicolai Lilin,  ha momenti poetici e pause narrative non del tutto attenuate dall’uso insistito dell’alternanza dei tempi (sceneggiatura di Stefano Rulli e Sandro Petraglia), ma, come direbbe nonno Kuzja, è vero anche qui che “un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare”.

Franco Pecori

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28 febbraio 2013