La complessità del senso
17 12 2017

The Sessions – Gli incontri

The Sessions
Regia Ben Lewin, 2012
Sceneggiatura Ben Lewin
Fotografia Geoffrey Simpson
Attori John Hawkes, Helen Hunt, William H. Macy, Moon Bloodgood, Annika Marks, Rhea Perlman, W. Earl Brown, Robin Weigert, Blake Lindsley, Ming Lo, Jennifer Kumiyama, Rusty Schwimmer, James Martinez e Adam Arkin.
Premi Sundance 2012, Premio del Pubblico.

Tutto nasce da un articolo pubblicato dal periodico letterario americano The Sun, nel maggio 1990. Titolo: On Seeing a Sex Surrogate. Autore Mark O’Brien, poeta e scrittore, il quale racconta la propria esperienza. Mark ha 38 anni e decide di perdere la verginità. La cosa non sarà facile, giacché quasi tutto il tempo della sua vita è passato finora in un “polmone d’acciaio”. Praticamente paralizzato da una poliomielite che gli permette appena di girare la testa e lo sguardo e di scrivere pigiando i tasti del computer con un’asticella tenuta dalla bocca, Mark ha un buon carattere e si sente abbastanza realizzato. Gli manca soltanto l’esperienza sessuale, un vero amore, egli pensa, non potrà averlo mai. Da quell’articolo Ben Lewin (La misteriosa morte di Georgia White 1988, Un pesce color rosa 1991) ha tratto The Sessions, film molto poetico, sul filo di una delicatezza stilistica che non toglie valore alla sostanza psicologica del racconto né alle problematiche profonde, individuali e sociali, sottostanti. Mark (John Hawkes, American Gangster, Un gelido inverno – Winter’s Bone, Contagion, Lincoln) si confida spesso con Padre Brendan (William H. Macy), prete moderno, ed è proprio questi a incoraggiarlo nel coraggioso slancio vitale. Interviene qui il ruolo di Cheryl (Helen Hunt), terapista del sesso, esperta nel trattamento di casi speciali. Hawkes è bravo nella gestione espressiva del proprio personaggio, soprattutto nel volto ma anche quando si tratta di rendere la relativa sensibilità di quel corpo imprigionato dal male; tuttavia l’apporto della Hunt (anche regista in Quando tutto cambia 2008) è essenziale nel dare al film la giusta carica emotiva, composta da un sublime equilibrio tra realismo fisico e contagio sentimentale. E’ così che l'”eccezione” si fa regola e la regola si spoglia della convenzionalità professionale fino a raggiungere la dimensione di un amore “possibile”, un amore forte e fragile, simpatico e naturale, un sentimento che contraddice l’uso e ridà naturalezza alla socialità, che giustifica la natura e ne segna i limiti anche con crudeltà. Se si vuole, è il titolo stesso dello scritto di partenza, che parla di “surrogato del sesso”, a indicare la chiave di lettura del film, un film limite sull’amore limite in una condizione individuale e sociale i cui limiti sono costitutivamente in contrasto e in accordo dialettico, secondo l’andamento della storia.

Franco Pecori

Print Friendly

21 febbraio 2013