La complessità del senso
25 09 2017

Die Hard – Un buon giorno per morire

A Good Day to Die Hard
Regia John Moore, 2012
Sceneggiatura Skip Woods, Jason Keller
Fotografia Jonathan Sela
Attori Bruce Willis, Jai Courtney, Mary Elizabeth Winstead, Cole Hauser, Yuliya Snigir, Mike Dopud, Sebastian Kock, Nikolett Barabas, Radivoje Bukvic.

Cosa non si fa per i figli! Al detective John McClane non importerebbe quasi più nulla dei disastri del mondo, tanto che ha deciso di prendersi una bella vacanza. Con la figlia Lucy (Mary Elizabeth Winstead) si è rappacificato, lei lo considerava un padre troppo severo e geloso, lui l’ha salvata da un hacker un bel po’ cattivello (Die hard – Vivere o morire 2007), ed ecco che nei guai s’è messo il figlio Jack (Jai Courtney, Jack Reacher – La prova decisiva), intrappolato nel terrorismo internazionale. Certo, a un poliziotto come John, dalle prestazioni eccezionali veramente, inattaccabile dal lato morale (nel senso che è impossibile spingerlo verso una qualche forma di depressione), uno che muore e resuscita di continuo, sottoposto al massimo stress fisico, non si può chiedere la sensibilità di una zia lavoratrice a maglia. Ma quando dev’esservi c’è. E si precipita in Russia a salvare Jack dai pasticci in cui s’è messo. Corruzione, vendette politiche, un certo Komarov (Sebastian Kock), spia governativa, ha bisogno di protezione nell’ambito di un affare di plutonio che rischia di concludersi nella centrale nucleare di Chernovyl. Jack lavora per la Cia sotto protezione, quando John lo viene a sapere ci scherza sopra: «Sei lo 007 di Plainfield, New Jersey», dice al figlio. Combatteranno insieme e faranno l’impossibile. Alla guida di mezzi di ogni tipo, berline o mostruosi blindati, saranno capaci di distruggere centinaia di auto, far crollare palazzi, saltare da un luogo all’altro senza riguardo per le leggi della gravità e correre via col corpo insanguinato e bisognoso di cure («Fai vedere, non è niente»). Tutto questo in un contesto straniero, senza sapere la lingua, senza conoscere quasi nulla. Un vero incubo d’azione. E come al solito – è anche e soprattutto questo il merito della regìa di John Moore (Il volo della Fenice 2005, Max Payne 2008) e della maschera di Willis  -, nonostante le giravolte, gli scontri, gli inseguimenti, le sparatorie, John McClane è un uomo normale, che non ha bisogno di tanti effetti speciali per risolvere questioni che, in fondo, possiamo considerare di ordinaria amministrazione. Un padre di famiglia un po’ duro, ecco.

Franco Pecori

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14 febbraio 2013