La complessità del senso
17 12 2017

La giusta distanza

film_lagiustadistanza.jpgLa giusta distanza
Carlo Mazzacurati, 2007
Giovanni Capovilla, Valentina Lodovini, Ahmed Hafiene, Giuseppe Battiston, Roberto Abbiati, Natalino Balasso, Stefano Scandaletti, Mirko Artuso, Fabrizio Bentivoglio, Marina Rocco, Fadila Belkebla, Dario Cantarelli, Raffaella Cabbia Fiorin, Silvio Comis, Nicoletta Maragno, Ivano Marescotti, Roberto Citran.

Un paesino del “profondo Nord”, nel padovano, dove la pianura e la nebbia accompagnano il Po verso il mare. Potrebbe essere Concadalbero. Mazzacurati dice che la storia andrebbe bene anche localizzata in Argentina o in Francia o nel middle west americano. Troppo “univerale”. Tutta la prima metà del film si fa apprezzare per la puntuale osservazione e “rivelazione” dei personaggi, non descritti a tuttotondo bensì còlti in alcuni loro gesti o parole che ne “denunciano” anche l’appartenenza a un contesto delimitato. Se mai, è il particolare che, proprio per essere precisissimo diventa “universale”. In questo senso, persino il titolo, riferendosi specificamente al problema del giornalismo, la giusta distanza che il cronista deve trovare e mantenere dall'”avvenimento” che racconta, fa fatica a imporsi in quanto “regola” o concetto unificante del film: La giusta distanza non è né “realista” e men che mai “neorealista”, non rivela intenti di “rispecchiamento”, ma soltanto (in positivo) apre l’obbiettivo allo sguardo curioso e paziente di un autore sensibile a tutto il materiale plastico (dalle strade agli alberi, dalle case alle persone – “anime” comprese) interessante, cioè circostante, ossia pertinente, al dunque, al set delle riprese. Un meccanico tunisino (Hassan/Hafiene) che ripara automobili nella sua piccola officina, un ragazzino (Giovanni/Capovilla) con la passione del computer e con la voglia di giornalismo, una giovane maestra (Mara/Lodovini) chiamata per una breve supplenza, dolce e intelligente ragazza con i sogni rivolti a progetti lontani, la corriera con le sue fermate fisse e col suo autista (Guido/Scandaletti) in odore di matrimonio (“Non sarebbe male”, confessa Mara in una delle sue e-mail), un giovanotto (Amos/Battiston), più vitellone malsano che neo-imprenditore locale, e tante facce-verità che con la loro presenza danno vita al paese “piatto e desolato”, sottraendolo alla tipicità – rischio semipermanente del cinema italiano. L’arabo, taciturno e rigido di carattere s’innamora della maestrina, la cui posta elettronica è visitata indebitamente dal giornalista apprendista. Invano il direttore del giornale tenta di trasmettergli in criterio della “giusta distanza”. A questo punto, è come se all’improvviso si aprisse una porta e l’ambiente fosse invaso da un colore “giallo” che nessuno si aspettava. Il film cambia direzione e prende una via che sa di itinerario prestabilito a tavolino, allo scopo, forse, di agganciarsi ad un binario generico, garanzia di ri-conoscibilità (richiesta da chi?). E purtroppo si precipita in una “caccia all’assassino” e in un sociologismo implicito che ci si era illusi di aver evitato. Regge la prova degli attori e, sia pure parzialmente (prima parte), l’impegno del regista, un Mazzacurati più Vesna va veloce che Amore ritrovato.

Franco Pecori

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20 ottobre 2007