La complessità del senso
18 10 2017

Che bella giornata

Che bella giornata
Gennaro Nunziante, 2011
Fotografia Federico Masiero
Checco Anzalone, Nabiha Akkari, Annarita del Piano, Rocco Papaleo, Michele Alhaique, Mehdi Mahdloo, Luigi Luciano, Anna Bellato, Tullio Solenghi, Ivano Marescotti, Cinzia Mascoli, Bruno Cesare Armando, Hossein Taheri, Matteo Azchievani, Anis Gharbi.

Il successo travolgente al box office italiano di film come Cado dalle nubi – 2009, esordio da regista dello sceneggiatore Gennaro Nunziante e primo film dell’attore televisivo Checco Zalone – e come Che bella giornata – 2011, secondo film della coppia – costringe a farsi domande che in altri contesti sarebbero non diciamo superflue ma proprio un po’ stupidine. Dicono che Zalone sia popolare, spiritoso e non volgare. Entrare nel significato delle tre parole sarebbe così difficile che forse è meglio lasciar perdere. C’era una volta Totò, comicità napoletana resa universale dall’arte somma dell’attore/poeta. Qualcuno dice ancora che quei “filmetti” sarebbero stati niente senza di lui. E certo. Poi venne Alberto Sordi, risata romanesca che si fece universale con “filmetti” come Mamma mia, che impressione! e come Un americano a Roma. Cambiarono le forme, ma in sostanza l’impulso a ridere veniva sempre attraverso il riferimento a figure della vita quotidiana riconoscibili, condivise e/o rifiutate. È il grande problema del rispecchiamento. Davanti allo specchio, scimmia e uomo si somigliano, l’attrazione che viene da se stessi è comunque “irresistibile”. La differenza sta nell’intensità e nell’economia, nel particolare che contiene, per via del linguaggio e dell’espressione, molti altri particolari impliciti e diviene sintesi. Né Totò, né Sordi (e né Chaplin) sono semplici, la loro “semplicità” è frutto di sintesi. Se ci occupassimo di Zalone in quanto barese, faremmo l’errore di una scansione regionale ben al di qua delle ambizioni del comico: pare che Zalone abbia il dono dell’attrazione, perfino più forte di Totò e di Sordi, stando agli incassi. Non è questione regionale. Allora la domanda stupidina è: Zalone per chi? Il personaggio ha l’aria di volersi sostituire a quelli dei cosiddetti cinepanettoni. Sostituzione per sottrazione. Quasi che il De Sica delaurentisiano, ultima schiuma dell’onda lunga risalente al sommo padre, si debba considerare troppo artistico. Sottrazione per un’esigenza insopprimibile di “immediatezza”. Si sa che quello dell’immediatezza è il più usuale degli equivoci. Immediatezza e pigrizia sono funzioni che possono appartenere al medesimo ambito generativo, dell’ignavia. Il consenso verso una battuta o una situazione comica, il più vasto, tanto da sfiorare il totale, sfiora anche il generico, il denominatore comune va per la discesa fino a toccare quasi il piano zero della “lettura”: si verifica niente di più, o quasi, che la reazione istintiva, irriflessiva a un impulso “risaputo”. Quanto più ci sembrerà di capire, di cogliere il significato e il senso del film (siamo a Zalone e a tutti gli Zaloni), tanto meno saremo stati impegnati a cercarlo, giacché infatti esso era lì davanti – per così dire – ai nostri occhi. Non c’è stato bignoso dell’arte, il frutto era già pronto da gustare. Ma allora, visto il successo, siamo tutti un po’ Zalone? Qualcuno ancora no, in attesa che passi la bella giornata. E ritorni la possibilità di un punto di vista. C’era una volta l’avanspettacolo, il comico usciva e lo potevi toccare con mano, c’era anche qualcuno bravo a raccontare barzellette. Agli altri potevi tirare il ceppo d’insalata. Non facciamo il riassunto dei film, perdonerete. D’altra parte, la sinossi sarebbe troppo. Checco non la richiede.

Franco Pecori

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5 gennaio 2011