La complessità del senso
18 10 2017

Cloud Atlas – Tutto è connesso

Cloud Atlas
Regia Andy Wachowski, Lana Wachowski, Tom Tykwer, 2011
Sceneggiatura Andy Wachowski, Lana Wachowski, Tom Tykwer
Fotografia John Toll, Frank Griebe
Attori Tom Hanks, Halle Berry, Jim Broadbent, Hugo Weaving, Jim Sturgess, Doona Bae, Ben Whishaw, James D’Arcy, Keith David, David Gyasi, Susan Sarandon, Hugh Grant, Götz Otto, Alistar Petrie, Martin Docherty, Korbyn Hawk Hanan, Mya-Lecia Naylor, Brody Nicholas Lee, Raevan Lee Hanan, Louis Dempsey.

L’incubo di Matrix, nato e fomali(ni)zzato sul finire del secolo scorso, non è ancora finito. I fratelli Wachowski (nel frattempo Larry è divenuto Lana), con l’intervento di un terzo – il tedesco Tom Tykwer (Lola corre 1998, The International 2008) –  si arrovellano ancora attorno a quesiti di fondo, oscillando tra le massime di antica saggezza della nonna che filava e i futuribili paesaggi tecnometallici, ormai spogliati del soprabito lungo e nero. Afflitto da un gigantismo narrativo devoto all’accumulo di storie in collegamento extratemporale – dall’Ottocento agli anni ’70 del Novecento, fino all’oggi e al dopodomani quando si ricomincerà da un ritorno al “primitivo” – il film ricorre a un degnissimo obbiettivismo mistificatorio di stampo “Vorrei-ma-non-posso Art” per intrappolare scene spettacolari in una ragnatela filosofica riemergente a intervalli regolari durante i 172 minuti della proiezione (100 milioni di dollari il budget). Il cast è di prim’ordine ed è anche la dimostrazione di come il divismo non basti a trasformare le figure in personaggi. Qui le maschere veicolano piuttosto mediocri riflessioni tendenti alla risoluzione universaleggiante di questioni che hanno segnato la storia della filosofia: «Da grembo a tomba siamo legati ad altro», «La conoscenza è uno specchio», «La nostra vita non è nostra», «Passiamo e ripassiamo sulle nostre vecchie orme». Una re-imbastitura a suo modo anche divertente (nel vortice delle immagini non c’è vuoto se non di pensiero) e anche utile, al dunque, per capire come sia impossibile veder luce fuori da una dimensione teoretica. Ci si perdoni, ma non siamo stati noi a scegliere il piano filosofico del discorso.  Possiamo anche lasciarlo e privilegiare la chiave di lettura spettacolare, ma non per questo saranno minori le difficoltà di coerenza e realismo interno (il solo valido se non si voglia restare intrappolati nell’equivoco dell’obbiettività dell’obbiettivo), dato che gli autori pre-tendono qui una coesione spazio-tempo ideale, invitandoci a un’impossibile fruizione contemporanea di storie di diverse epoche e unite dal richiamo letterario/didascalico della voce-guida fuori campo. Le vicende che ci vengono proposte, legate da un filo analogico non proprio chiarissimo, non possono evitare il peso di un’esemplarità che, per la (paradossale, per via del costo in dollari) ristrettezza dello svolgimento, si mostra comunque insufficiente a coprire il tondo della totalità conseguente. Ciascun attore è impiegato in più ruoli, in un vortice di connessioni “creative” a paragone del quale il messicano Alejandro Iñárritu (Babel 2006) fa la figura dell’ingenuo. Non sembri provocatorio l’elenco: Jim Sturgess è Adam Ewing/ospite d’albergo povero/papà di Megan/Highlander/Hae-Joo Chang/Adam, cognato di Zachry; Ben Whishaw è Cabin Boy/Robert Frobisher/impiegato al negozio di dischi/Georgette/uomo della tribù; Jim Broadbent è Capitano Molyneux/Vyvyan Ayrs/Timothy Cavendish/musicista coreano/preveggente; Halle Berry è Nativa/Jocast Ayrs/Luisa Rey/ospite festa indiana/Ovid/Meronym; Hugo Weaving è Haskell Moore/Tadeusz Kesselring/Bill Smoke/Infermiera Noakes/Boardman Mephi/Vecchio Georgie. Perché continuare? Il risultato è: noi non siamo noi, anche se tutto si tiene la verità è singolare e il futuro dell’umanità, creata da Dio, è nel libero arbitrio. Insomma: «Onora il tuo consumatore». E smaschera le maschere se puoi, visto che ripeti in continuazione: «Io non sarò mai soggetto a trattamenti criminosi». Si aggirano per la scena automi anelanti alla presa di coscienza  (somigliano a coreani, chissà perché), musicisti invaghiti della loro Ispirazione, nativi vicini al Creatore, omosessuali in procinto di sdrammatizzarsi, pirati disposti a omaggiare il valore della razza nera. E Tom Hanks (se guardate bene lo riconoscete), il quale ci mostra la fine che possiamo fare se non stiamo attenti. Attenti, allora.

Franco Pecori

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10 gennaio 2013