La complessità del senso
22 09 2017

Becoming Jane

film_becomingjane.jpgBecoming Jane
Julian Jarrold, 2007
Anne Hathaway, James McAvoy, Julie Walters, Maggie Smith, James Cromwell, Joe Anderson, Jessica Ashworth, Lucy Cohu, Laurence Fox, Ian Richardson.

 «Ma l’arguzia no: è tra tutte le doti la più temuta!». L’ammonimento del pastore, in chiesa, coglie nel segno. Sul finire del ‘700, la società inglese difende i suoi pregiudizi, specialmente verso le donne e più che mai verso le ragazze che aspirino a scelte sentimentali non conformi all’uso e, oltretutto, argutamente esternino quei loro sentimenti. La scrittrice Jane Austen (Steventon, 1775 – Winchester, 1817), in tutto il suo arco produttivo, da Lady Susan a Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Persuasione, mantenne in equilibrio la tensione morale e le pulsioni amorose, tanto da scrivere con ironia: «I confini del decoro furono decorosamente aggrediti ma non violati». Il film di Jarrold, non proprio biografia ma “ritratto di una donna contro”, bene si accoppia al recente Pride and prejudice di Joe Wright, in cui Jane si chiamava Elizabeth e aveva il volto di Keira  Knightley. Il tema del contrasto tra matrimonio d’interesse (regola “indiscutibile” nella società dell’epoca) e scelta di cuore (istanza del romanticismo prossimo venturo) resta il medesimo, ma con Becoming Jane possiamo entrare nell’intimo dell’ autrice stessa, mentr’ella vive in prima persona le istanze da cui scaturiscono le sofferte decisioni di una vita sentimentale strozzata da criteri “culturali” come questo, amaramente enunciato da Mr. Austen/Cromwell, suo padre: «Nulla distrugge lo spirito come la povertà». Jane, che qui si chiama Jane ed ha il volto di Anne Hathaway, rifiuta la proposta del ricco nipote di Lady Gresham (Maggie Smith), ama invece Tom, giovane avvocato irlandese squattrinato, e scandalosamente legge la storia di Tom Jones. Ma Jane sa andare oltre l’alternativa romantica e, proprio mentre sembra non resistere alla tentazione della “fuga d’amore”, riassume la responsabilità del rispetto dei confini convenzionli, nella coscienza che il “decoro”, nel suo caso, corrisponde anche alla decorosa sopravvivenza della famiglia di Tom, totalmente dipendente dall’aiuto economico del giovane verso i suoi. Ed ecco che il castello di insopportabili convenevoli su cui poggia l’evoluzione della ragazza riappare in una luce “realistica”, dolorosamente concreta. E così pure il senso della sceneggiatura (Kevin Hood), della fotografia (Eigil Bryld) e della scenografia (Eve Stewart) rientra, per così dire, in sé, al di là della rappresentazione di maniera. E soprattutto la scelta della Hathaway risulta giusta, pensando anche alle sue interpretazioni in Brokeback Mountain e in Devil Wears Prada, due diverse realtà da affrontare con consapevole e sofferto realismo.

Franco Pecori

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12 ottobre 2007