La complessità del senso
17 12 2017

Aurora

film_aurora.jpgSunrise

Friedrich Wilhelm Murnau, 1927

George O’Brien, Janet Gaynor, Margaret Livingston, Bodil Rosing.

Oscar: Janet Gaynor (atr).

 

E’ la versione restaurata del film che nel 1927 segnò il debutto americano dell’autore di Nosferatu il vampiro, de L’ultima risata, di Tabù. Vincitore di tre Oscar (la fotografia di Charles Rosher e Karl Struss, l’interpretazione della Gaynor e il valore speciale di “film d’arte”), Aurora, risponde alla prova delle sale di oggi con la giusta dignità di film muto (la musica è di Wagner, Sigfrido e Maestri cantori di Norimberga), forte della sua consolidata posizione tra i capolavori della storia del cinema. A rivederlo nel circuito normale, il film fa un’impressione molto positiva e farà bene a quanti credono che il cinema cominci con Pulp fiction. Murnau propone con grande forza drammatica temi come la noia del quotidiano e la sua trasgressione, l’opposizione città-campagna, la fuga nella felicità-sogno, il rientro in sé (il sole torna a nascere) dopo l’avventura, superando la “punizione” del destino (l’uragano al ritorno dalla città). Colpisce, specialmente, la modernità della figura del contadino Ansass (O’ Brien), che, attratto dalla giovane cittadina, vive fino in fondo tutta la sofferenza del tradimento coniugale.

 

Franco Pecori

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11 giugno 2004