La complessità del senso
23 09 2017

Skyfall

Skyfall
Sam Mendes, 2012
Fotografia Roger Deakins
Daniel Craig, Javier Bardem, Judi Dench, Helen McCrory, Ralph Fiennes, Ben Whishaw, Bérénice Marlohe, Naomie Harris, Albert Finney, Ola Rapace, Rory Kinnear, Elize du Toit, Beatrice Curnew, Michael G. Wilson, Tonia Sotiropoulou.

Addirittura il viaggio nel profondo delle origini, nei luoghi dell’infanzia dove i genitori lo resero orfano e dove sono tuttora sepolti, per un finale atroce e romantico, in cui l’azione e l’avventura prendono sostanza di sentimento forte e sapore di Destino: il ventitreesimo Bond finisce nell’imbuto scozzese dell’antica casa di famiglia, a Skyfall, dov’è rimasto il vecchio guardacaccia col suo fucile a due canne, nella casa ormai in disuso dopo che l’ultimo erede, il mitico James Bond, è stato dato per morto. E non è un appuntamento semplice questo finale sotto un cielo in caduta, è una chiusura che fa pensare a un modernissimo western, un Mezzogiorno di fuoco, anche se qui incombe la notte: la resa dei conti di un confronto tra due antagonisti simbolo di una scelta profonda, drammatica e ineludibile, al di là dei personaggi, nel quadro della società e del mondo attuale. Già, perché il tema sottostante emerge ora con una semplicità dichiarata che fa finire in sottordine le figure dell’azione, gli inseguimenti “mozzafiato”, le sparatorie e tutte le ovvietà del formato 007 che, condite con l’ironia britannica, hanno reso finora autosufficiente il giocattolo derivato da Ian Fleming. Bond/Craig si deve confrontare con Silva/Bardem nello svolgimento di un’alternativa che sa di riflessione storica. La difesa di Sua Maestà Britannica (e si sa che ciascun popolo, ciascuno di noi tende a vedere in sé l’immagine del mondo intero) è nelle mani dei servizi speciali e Bond li rappresenta con la sua efficienza di agente addestrato e con i mezzi tradizionali che gli sono messi a disposizione – oggi la mitica Aston Martin può sembrare un pezzo da museo perché comunque è un oggetto reale, tangibile, e così pure la pistola superdedicata alla mano di chi la impugna. Invece il “cattivo” Raoul Silva incarna una smorfia di disagio derivante da una perfetta contraddizione dei giorni nostri: la consapevolezza introspettiva di vivere i sintomi estremi di una psicologia disturbata dalla nevrosi sentimentale (l’incontro forse troppo “difficile” con la non-scalfibile M) e la capacità di controllare i nuovi mezzi elettronici che rendono virtuale e intangibile e antiquata la concretezza del vivere, anche nel dominio aggressivo. Insomma il disturbato evoluto fino al midollo e al limite della pazzia contro la macchina umana, fredda e muscolare, assistita da mezzi metodicamente sperimentati e depurati da coinvolgimenti non pertinenti. L’Avventura/Azione è chiamata a risolvere nella sua “pancia” una digestione non facile, che richiede qualche sacrificio. Non per niente, Bond ha ormai il volto scavato dalla fatica, è stanco e deve raschiare il barile delle proprie risorse. Attorno a lui il mondo esplode continuamente nello spettacolo di un’era che se ne va, un mito destinato a rigenerarsi se vorrà sopravvivere. Giustamente alla fine ci siamo dimenticati il problema iniziale, di una certa lista rubata di agenti Nato infiltrati. Problemi passati. Bond saluta M, dovrà essere altro.

Franco Pecori

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31 ottobre 2012