La complessità del senso
23 11 2017

Oltre le colline

Dupa Dealuri
Cristian Mungiu, 2012
Fotografia Oleg Mutu
Cosmina Stratan, Cristina Flutur, Valeriu Andriuta, Dana Tapalaga, Catalina Harabagiu, Gina Tandura, Vica Agache, Nora Covali, Dionisie Victu, Ionut Ghinea, Liliana Mocanu, Doru Ana,, Costache Babili, Luminita Gheorghiu, Alina, Berzunteanu, Teodor Corban, Calin Chirila, Cristina Cristian, Tania Popa, Petronela Grigorescu,  Liana Petrescu, Alwxandra Apetrei, Noemi Gunea, Katia Pascariu, Mara Carutasu, Cerasela Iosifescu, Ada Barleanu, Mariana Liurca.
Cannes 2012, Cristina Flutur e Cosmina Stratan atr.

Terzo film del rumeno Cristian Mungiu, dopo Occident (a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs del 2002 e Palma d’Oro  nel 2007 con 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, storia drammatica di un aborto proibito nella Bucarest del 1987). L’idea viene da un fatto del 2005 finito sulla stampa internazionale e su Internet: una giovane muore per un “esorcismo” in un monastero ortodosso della Moldavia, era stata a trovare un’amica. La pratica delle preghiere contro il Diavolo – dice Mungiu – continua tuttora, basta vedere i video pubblicati sulla Rete. Quindi una docufiction? No, Mungiu è autore cinematografico e il film, pur partendo da una referenza rintracciabile, vale per la sua dignità formale, artistica. E fa pensare, per analogia, a un altro bell’esempio di opera sui guasti procurati dal pregiudizio religioso, il film dello scozzese Peter Mullan sulle atrocità nei conventi cattolici intitolati alla “peccatrice” Maria Maddalena (Magdalene – The Magdalene Sisters, Leone d’Oro a Venezia nel 2002). Oltre le colline è la rappresentazione cruda della tragica fine di Alina (Cristina Flutur), la ragazza che in orfanotrofio ha amato la sua amica Voichita (Cosmina Stratan) e ora la rintraccia in una piccola comunità religiosa sperduta fra le montagne. Voichita è molto cambiata e non può più corrispondere al sentimento di Alina, il suo “cuore” è occupato dall’amore per Dio, l’ha convinta il prete della chiesetta dove le suore vivono la loro vita rigidamente appartata: «Se non ti porti Dio nel cuore – predica il prete – sarai sempre sola». In quel contesto, Alina è un corpo estraneo e viene percepita come un pericolo dalle altre suore. Tenta di restare con loro per rimanere con Voichita, ma presto si capisce che la sua “vocazione” non è autentica. Cresce in lei un nervosismo che turba la tranquillità delle “sorelle”, quindi la situazione precipita fino agli estremi e assurdi tentativi di “cura religiosa”. Mungiu ha il merito di mantenere una distanza dialettica con la materia, tale da non farci sentire direttamente “dalla parte giusta”. Il dramma cresce nella sua dimensione interna, non schematica, e si sviluppa in noi la compassione per le due ragazze, entrambe colpite da una “prigionia” non risolvibile se non rompendo la gabbia di codici e sottocodici in cui sono impigliate. E la rottura ha bisogno di quell’elemento catartico proprio di ogni realizzazione artistica, quel quid espressivo che risolve, appunto, la solitudine di cui parla il prete del film. In altre parole, l’arte del regista riscatta la materia in una visione che va oltre la violenza del convento, oltre tutte le colline dell’indifferenza inconsapevole (e dannosa) di quanti danno alla propria fede la forma rigida di una prescrizione.

Franco Pecori

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31 ottobre 2012