La complessità del senso
25 09 2017

Tutti i santi giorni

Tutti i santi giorni
Paolo Virzì, 2012
Fotografia Vladan Radovic
Luca Marinelli, Thony, Micol Azzurro, Claudio Pallitto, Stefania Felicioli, Franco Gargia, Giovanni Laparola, Mimma Pirrè, Benedetta Barzini, Fabio Gismondi, Katie McGovern, Robin Mugnaini, Frank Crudele.

Avere un figlio? Può essere un grosso problema per una coppia oggi. Guido e Antonia sono molto diversi l’uno dall’altra e il contesto non li aiuta a mantenere la serenità. A Roma la vita non è facile, apparentemente c’è posto per tutti, per i più svariati generi di persone e di diverso livello sociale e culturale, ma al dunque armonizzare le diversità può essere un bel problema. I due protagonisti, trentenni o poco più, si sono incontrati – lo vedremo alla fine – in una delle tante possibili situazioni “miste” offerte dalla metropoli. L’attrazione, istintiva e fatale, ha poi rivelato una complessità più ardua del previsto da risolvere. Il background anche familiare non li aiuta. Antonia (la cantautrice rock Thony debutta davanti alla macchina da presa con piglio già disinvolto) viene dal Sud, da una famiglia molto semplice; con la sua chitarra e le canzoni in testa, spontanea e “ribelle”, ha cercato uno spazio nei locali dove si può fare musica e passare la serata in confusione. La famiglia di Guido (La solitudine dei numeri primi 2010, L’ultimo terrestre 2011) avrebbe potuto appoggiarlo in un destino brillante di studioso classico, magari in giro per il mondo, assecondando la sua passione per la cultura tardolatina e per le vite dei santi (a Roma il rock vive comunque all’ombra della cupola di S. Pietro), ma il ragazzone ha un carattere riservato e ha preferito coltivare le proprie preferenze nella tranquillità del lavoro di portiere di notte in un grande albergo.  Il suo linguaggio, corretto fino al limite del pedante, non gli deriva da un vezzo ma è la sua stessa forma mentis, rispecchia il modo di concepire la vita. Il contrasto con i vicini di casa e con gli “amici” di Antonia risulta evidente sin dalle prime frequenze, capita che i compagni di generazione si esprimano con eloquio romanesco e per dire un “bello, meraviglioso!” dicano: «Non ce posso crede, cioè stupendo!». A Guido certe differenze sembrano non interessare granché, gli basta l’accordo che vive in casa con la sua compagna, alla quale tutte le mattine tornando dal turno porta il caffè a letto annunciando il santo del giorno – poi faranno l’amore e quindi lei raggiungerà di corsa e in ritardo il lavoro da impiegata in un autonoleggio. Qual’è allora il problema? Gli è che l’esigenza di avere un figlio emerge in Antonia sempre più prepotente, un po’ perché lei vede fiorire pancioni d’attorno e soprattutto per un’irrequietezza interna che si porta dentro da sempre e che l’instabilità del contesto (con Guido non sono nemmeno sposati), accettata con apparente convinzione, comincia man mano a farsi sentire. Ma il figlio non arriva e il film piega verso il tema della fecondazione assistita, caricando la commedia di una probabile valenza sociologica e rischiando di attenuare l’efficacia comica. Scenette gustose circa le indagini mediche preliminari e la preparazione dell’intervento non mancano, ma l’osservazione di Virzì sul mondo circostante si fa meno “naturale”, più mediata, finendo per proiettare anche sulla prima parte costruttiva del background una cifra intenzionale piuttosto banalotta, nutrita di quel mimetismo che più di una volta ha impedito alla commedia italiana dei Risi e degli Scola di salire l’ultimo gradino. La derivazione dal riferimento letterario (il romanzo La generazione, di Simone Lenzi) non c’entra. Qui lo sguardo sulla “volgarità” di alcuni aspetti del contesto romano perde in “cattiveria” e si fa “divertente” di quel tanto in più che gli nega il giusto diritto alla critica, riducendo il racconto a una specie di “reality” consolatorio, sì “ben fatto” ma non convincente fino in fondo. La dice lunga la nota del regista sugli attori: «Un cast dal sapore veristico».

Franco Pecori

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11 ottobre 2012