La complessità del senso
20 09 2017

Killer Joe

Killer Joe
William Friedkin, 2011
Fotografia Caleb Deschanel
Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Thomas Haden Church, Gina Gershon, Juno Temple, Marc Macaulay, Julia Adams, Sean O’Hara, Gregory C. Bachaud.
Venezia 2011, concorso.

Per la differenza, viene in mente il genio di Sidney Lumet, l’inarrivabile sapienza della crudeltà con cui il regista di Onora il padre e la madre (2007) inquadra, senza sottolineature e con lucida spietatezza, la perversione dei sentimenti familiari. Anche qui siamo nella famiglia americana, texana per la precisione, anche qui c’è una madre da uccidere, ma l’intenzionalità del film è versata sull’effetto sbalorditivo dell’esemplarità eccentrica, sulla nonchalante esibizione dei gesti “freddi”, delle “ingenuità” derivate, dell’ineluttabilità della ferocia, assurda eppure rispondente a una logica interna agli eventi, al sistema chiuso di una società rigidamente codificata e riprodotta in un suo riflesso automatico, deterministico, immodificabile. Dal punto di vista espressivo, il risultato è un “sopra le righe” tendente al manierismo (Da Tarantino ai fratelli Coen), gestito con grande maestria dal regista de Il braccio violento della legge 1971, L’esorcista 1973, Vivere e morire a Los Angeles 1985, The Hunted – La preda 2003. Nel cast, Matthew McConaughey e Juno Temple danno luogo a un cortocircuito sorprendente, dovuto non solo ai due ruoli ma al confronto/attrazione che li lega e li consuma come in un incendio doloso di cui è primo responsabile Tracy Letts, l’autore della pièce teatrale ispiratrice del film. L’attore (A casa con i suoi 2006, Tutti pazzi per l’oro 2008, La rivolta delle ex 2009, Magic Mike 2012), chiamato alla responsabilità principale, dà il volto al personaggio di Joe Cooper, detective dalla doppia vita, pronto a uccidere su commissione. L’attrice (Espiazione 2006, L’altra donna del Re 2008, Lo stravagante mondo di Greenberg 2010) s’immedesima bene nella parte di Dottie, giovane apparentemente troppo “pura” e un po’ svampita, la quale porta con sé il ricordo di quando la madre tentò di uccidere la propria bambina. I due vengono a contatto per via dell’affare combinato, insieme al padre Ansel (Thomas Haden Church), dal fratello Chris proprio con Joe. La madre, radice dei mali, ha pensato bene di rubare al figlio un pacco di droga e così ora Chris deve rientrare del valore: l’unico modo è uccidere la donna e incassarne l’assicurazione sulla vita. Joe, incaricato, esegue. Ma poi è costretto a entrare nella famiglia perché in famiglia non ci sono i soldi per pagarlo e però c’è Dottie, ottima “caparra” possibile. In famiglia succede di tutto, scontri verbali e sangue con grande “divertimento” di Killer Joe, il quale si fa anche “regista teatrale”, imponendo a Sharla (Gina Gershon), la compagna di Ansel, una finzione di sesso orale con una coscia di pollo fritto. Non manca la dimensione thriller, certo, ma prevale un certo simbolismo scenico, prefigurato già nella prima sequenza (acqua, fuoco, gatto nero), che Friedkin non riesce a riscattare del tutto.

Franco Pecori

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11 ottobre 2012