La complessità del senso
20 11 2017

Magic Mike

Magic Mike
Steven Soderbergh, 2012
Fotografia Steven Soderbergh
Channing Tatum, Alex Pettyfer, Cody Horn, Matthew McCoanughey, Joe Manganiello, Olivia Munn, Matt Bomer, Riley Keough, Fevin Nash, Adam Rodriguez, Gabriel Iglesias, James Martin Kelly, Reid Carolin, George A. Sack, Micaela Johnson, Denise Vasi, Kate Easton, Michael Roark, Caitilin Gerard, Wendi McLendon-Covey, Mircea Monroe.
Locarno 2012, Piazza Grande.

America oggi. Il trentenne Mike (Tatum) ha un’anima da artigiano, vorrebbe tanto costruire mobili personalizzati, ma le banche non prestano i soldi a chi non ha abbastanza credito e così, in attesa di realizzare il suo sogno, il giovane si adatta al mestiere di muratore e, di sera, si spoglia e fa numeri di spettacolo sexy nel club Xquisite, frequentato da donne fameliche di tutte le età. Il locale, gestito da Dallas (McCoanughey), un altro spogliarellista non più di primo pelo, ha bisogno di nuova linfa e quando Magic Mike (questo il nome d’arte dell’aspirante imprenditore) vede arrivare sui tetti in costruzione il giovane Adam (Pettyfer) ne intuisce le potenzialità “artistiche” e lo introduce nel mondo del sesso, della droga e del denaro facile. Lo show notturno è francamente deprimente, ma i biglietti verdi infilati negli slip e svolazzanti fra i costumi sadomaso sembrano riempire comunque il vuoto di una generazione allo sbando. Nei momenti di relax, sulla spiaggia sognando fortune maggiori in quel di Miami, qualcuno si lascia sfuggire parole di “saggezza” contemporanea, del tipo che la scuola non serve a niente e che molto meglio sarebbe entrare nella finanza. Il ragazzo Adam rischia di perdersi, ovvio. Meno male che ha una sorella assennata, Brooke (Horn), la quale gli fa da mamma e riesce anche ad attrarre nella propria sfera morale – diciamo pure affettiva – nientemeno che lo stesso Mike. Insomma, non tutte le speranze sono perdute. Detta così, la rappresentazione dello stato attuale delle cose sembrerebbe alquanto ingenua e risaputa, ma il film è di Soderbergh, autore che nei momenti migliori (Out of Sight 1998, Traffic 2000, Bubble 2005) sa fare del proprio stile un’autentica chiave di lettura della realtà, oltre la registrazione documentaria, pur restando all’esposizione superficiale ed epidermica dei corpi e degli spazi. È una sorta di devitalizzazione dell’accadere che trasforma in figure significative le immagini dell’apparenza, proprio il contrario di quel che Mike dice di sé a Brooke quando tenta di giustificare la pochezza della vita da stripper: «Io non sono il mio lavoro». E invece il regista georgiano (Atlanta, 1963) è – come del resto dev’essere un autore cinematografico – il suo lavoro. Qui, specialmente, ritroviamo quella “sfida dell’ovvio” che, denudando i generi impliciti, riveste i nudi dell’ Xquisite con il velo inquietante dell’annullamento. Sul palco si agita un musical “indegno” che proietta sulle prospettive del presente lampi di thriller il cui senso resta difficile da tradurre in ottimismo nonostante il disperato richiamo alla forma commedia, relativo alla proposta sentimentale proveniente dall’accenno di love story tra Mike e Brooke.

Franco Pecori

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21 settembre 2012