La complessità del senso
18 10 2017

The Way Back

The Way Back
Peter Weir, 2010
Fotografia Russell Boyd
Jim Sturgess, Ed Harris, Saoirse Ronan, Colin Farrell, Mark Strong, Gustaf Skarsgård, Alexandru Potocean, Sebastian Urzendowsky, Dragos Bucur, Dejan Angelov, Irinei Konstantinov, Meglena Karalambova, Sally Edwards, Igor Gnezdilov, Mariy Grigorov.

Dall’autore di film come Picnic a Hanging Rock (1975), L’attimo fuggente (1989) The Truman Show (1998), Master & Commander (2003) non ci saremmo aspettati quest’ultima “grande” banalità. La “via del ritorno”, come ce la racconta il regista australiano basandosi su un romanzo di Slavomir Rawicz, ex luogotente della polizia polacca al tempo della doppia invasione nazi-sovietica delle Polonia, è lastricata di luoghi comuni ultraprevedibili, a causa dei quali ogni possibile suspence è progressivamente depennata dalle sequenze, fino a ridurre il portato del film agli accenni didascalici, in testa e in coda, sui fatti realmente accaduti – riferimenti che tracciano la dovuta quanto inutile (rispetto al concreto racconto cinematografico) cornice storica, utilizzata piuttosto in funzione di un generico e universaleggiante anelito di Libertà. Nel 1941, un gruppetto di prigionieri riesce a fuggire dal gulag sovietico in cui la vita degli uomini, ridotta ai minimi termini, è senza prospettive. Sarà una sfida infernale con la natura nemica, nel gelo della Siberia e poi attraverso l’Himalaya e il deserto del Gobi verso l’India, fino al Tibet: 6500 chilometri a piedi, senza orientamento e senza provviste, al limite della sopravvivenza animalesca. Al di là, o se si vuole al di qua del proclamato traguardio ideale,  il vero scopo è il ritorno nel mondo dei vivi. Nulla di analitico circa le vere cause della “cattiveria” che s’impadronì della storia in quegli anni terribili. Weir sta addosso ai personaggi seguendone il cammino in funzione del loro rapporto con le estreme difficoltà del “viaggio”. Il regista è aiutato dalle degnissime interpretazioni di attori come Jim Sturgess (Janusz Wieszczek, il polacco accusato di spionaggio dagli stalinisti e “tradito” dalla forzata denuncia della moglie), Ed Harris (Smith, l’americano arrivato in Russia fuggendo dalla Grande Depressione del suo Paese), Colin Farrell (il russo Valka, criminale “comune” senza ideali). Ma l’avventura dei fuggiaschi è talmente punteggiata di accidenti previsti e consacrati dai generi (western, guerra, gangster e chi più ne ha ne metta) da azzerare anche legittimi rimandi alle nobili attitudini “documentaristiche” del mitico Flaherty. Ci dimentichiamo perfino della fotografia, “bella” ma non emozionale e cancelliamo – per rispetto alla comunque apprezzabile prova di attrice di Saoirse Ronan – la giustapposizione drammaturgicamente fittizia dell’inserto femminile (tragico) nella compagnia di disperati verso l’orizzonte libero. «Ce l’abbiamo fatta!», esclama alla fine il drappello dei sopravvissuti. Per noi non è stata una gran sofferenza.

Franco Pecori

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6 luglio 2012