La complessità del senso
23 11 2017

7 Days in Havana

7 Days in Havana
Benicio Del Toro, Pablo Trapero, Julio Medem, Elia Suleiman, Gaspar Noé, Juan Carlos Tabio, Laurent Cantet
Fotografia Daniel Aranyo, Diego Dussuel
Josh Hutcherson, Vladimir Cruz, Daisy Granados, Othello Rensoli, Emir Kusturica, Alexander Abrey, Daniel Brühl, Melvis Estévez, Leonardo Benitez, Elia Suleiman, Sebastian Barruso, Cristela Herrera, Dunia Matos, Mirta Ibarra, Jorge Perugorria, Beatriz Dorta, Natalia Amore, Alexis Vidal.
Cannes 2012,  Un certain regard.

Sette registi, sette stili, sette storie, sette giorni della settimana, sette corti per un’operazione di recupero culturale del sentimento cubano del vivere, dopo gli anni più rigidi del regime castrista. Il complesso degli episodi (dai racconti di Leonardo Padura) trasmette una visione appassionata e non pacificata dello stato delle cose, individuale e collettivo. Lo sguardo è estetico e volta a volta è posizionato da un punto esterno/interno, nel senso che ciascun racconto è intriso dell’humor specifico relativo al contesto attuale e nello stesso tempo è tradotto in un’ottica di osservazione profonda. Si ha la sensazione di un qualcosa che, al tramonto, attinge a un serbatoio di nostalgia e insieme pre-dice l’ennesima alba d’una vita nuova. Parole, intonazioni, gesti, musica, azioni quotidiane sconfinano a tratti nel surreale per comporre un quadro istantaneo di un “luogo” a troppi estraneo eppure così humoristico e vivente da risultare essenziale. Come per caso, ci troviamo ad assistere a eventi parziali e delimitati e ci innamoriamo dei personaggi/persone, come se il “documentario” (ma è finzione) si facesse fiaba e come se la fiaba fosse concreta, tangibile, sensibile. Sponsorizzato dall’Havana Club, il film profuma di rum in ogni sequenza. Introdotti dal primo corto, di Del Toro, in cui un giovane americano (Josh Hutcherson) viene accompagnato in visita alla città da un tassista-ingegnere, veniamo poi attratti, giorno dopo giorno, da storie indipendenti ma legate da un filo nascosto e rintracciabile, che è lo spirito di un popolo e della sua tradizione. Ci sono momenti che sconfinano nella retorica “ubriacona” tipica di Kusturica, qui impegnato da attore nell’episodio diretto da Trapero, ma c’è anche l’antropologia svelata de “La fuente”, il corto di Laurent Cantet dove la domenica si ritrova nel rito familiare dell’omaggio alla vergine Oshun apparsa in sogno all’anziana Martha. Più vicina a una consapevolezza del narrare internazionale la “telenovela” di Julio Medem su la “Tentacion de Cecilia”, la ragazza (Melvis Estévez) indecisa tra l’amore per lo sportivo locale e l’impresario europeo (il “bastardo senza gloria” Daniel Brühl) che la porterà a cantare in Spagna. Speriamo che la rinascita di Cuba non comporti esiti troppo analoghi ad altre “rinascite” che nel mondo somigliano piuttosto a rivincite reazionarie.

Franco Pecori

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8 giugno 2012