La complessità del senso
23 09 2017

La fuga di Martha

Martha Marcy May Marlene
T. Sean Durkin, 2011
Fotografia Jody Lee Lipes
Elizabeth Olsen, Christopher Abbott, Brady Corbet, Hugh Dancy, Maria Dizzia, Julia Garner, John Hawkes, Louisa Krause, Sarah Paulson
Cannes 2011, Un certain regard

I “buoni sentimenti” possono portare lontano, a volte anche troppo lontano dalle iniziali istanze di pace e serenità interiore. Martha (Elizabeth Olsen) è una giovane che si è sentita stretta nel sistema di vita “normale” e non ha accettato il destino “standard” che l’avrebbe immessa nel flusso dei comportamenti ordinari. Ha creduto di trovare rifugio nell’inserimento in una piccola comunità agricola (il ritorno alla terra!), gestita e dominata da Patrick (John Hawkes), un “guru” piuttosto casareccio. In cambio di una sostanziale deresponsabilizzazione rispetto alle regole anche costrittive della società “esterna”, la comunità offre una specie di banca dei sentimenti e dei comportamenti alla quale attingere in libertà apparente. Tutti fanno tutto per tutti. Ma un filo conduttore è inevitabile che vi sia ed è costituito dal finto altruismo di Patrick, il quale in cambio della libertà recintata si prende il dono completo delle persone (anima e corpo) che vivono con lui. Mondi contrapposti e crisi anche generazionale, forse con un tantino di nostalgia per decenni passati la cui scia si rintraccia ancora in certe schematiche e ingenue, rinnovantesi e perduranti, istanze di rinnovamento. Per altro, rischia di essere altrettanto schematica l’opposizione semplicemente perbenista di quanti al tentativo di ribellione evasiva – «non si può semplicemente esistere?», chiede Martha – non sanno che proporre la riaffermazione dello status consegnatoci dalla storia. Quando si rende conto dell’inadeguatezza della soluzione “comunità”, la ragazza prende il fugone, ma approda in famiglia, dalla sorella sposata e piena di ansie per lei che aveva visto improvvisamente sparire. Lucy (Sarah Paulson) e il marito Ted (Hugh Dancy) cercano di aiutare Martha, ma la situazione è speculare alla precedente e nella giovane cresce un’inquietudine forse anche maggiore. Proveniente da Cannes (Un certain regard, 2011), il lungometraggio d’esordio di T. Sean Durkin ha l’aria di voler “denunciare” l’inganno e i danni delle sette religiose, con le loro utopie e con la confusione idealistica circa i destini delle persone. L’intento appare fin troppo trasparente, ma sul piano espressivo l’evoluzione “interiore” dei turbamenti della protagonista si appoggia con esiti didascalici agli inserti flash, sicché si attenua di molto la suspense psicologica su cui si dovrebbe reggere l’interesse narrativo.

Franco Pecori

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25 maggio 2012