La complessità del senso
18 10 2017

Sister

L’enfant d’en haut
Ursula Meier, 2011
Fotografia Agnès Godar
Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Martin Comptson, Gillian Anderson, Jean-François Stévenin, Yann Trégouët, Gabin Lefebvre, Dilon Ademi, Magne-Håvard Brekke, Johan Libéreau
Berlino 2012, Orso d’Argento Speciale.

Simon, il ragazzino (Kacey Mottet Klein), ha lo stesso volto di Julien, il figlio minore di Marthe (Isabelle Huppert) e Michel (Olivier Gourmet), la coppia di “baraccati consapevoli” che in Home, il precedente film di Ursula Meier (2008), viveva in mezzo a un campo a pochi metri da un’autostrada non finita. Di quella strana famigliola facevano parte anche due sorelle, la più grande delle quali, Judith (Adélaïde Leroux), sopportava quell’esperienza in disparte, prendendo il sole sul prato e pensando di andarsene. Passata dalla Semaine de la critique di Cannes alla Berlinale, la regista francese sembra aver seguito il destino di Judith. Ora la ragazza si chiama Louise, ha le sembianze di Léa Seydoux, attrice più che emergente, avendo conosciuto autori come Quentin Tarantino, Ridley Scott, Woody Allen; e qualcosa di non espresso al tempo di Home sembra dover emergere nel nuovo personaggio. Simon, orfano, la conosce come sua sorella, una sorella strana, con i suoi stivali bianchi e senza nemmeno una giacca a vento contro il freddo: va e viene ogni volta con un uomo diverso e soprattutto con l’aria scontenta e strafottente della giovane assalita da un destino contrario. Si vogliono bene e a loro modo cercano di aiutarsi, ma in sostanza sono soli, ciascuno aggrappato alle piccole opportunità occasionali e senza prospettiva per il futuro. Il bambino, pur avendo 12 anni, sembra più consapevole della propria sorte, cerca di mantenere un certo ordine di vita quotidiana, si organizza per la stretta sopravvivenza, si arrangia trafugando e rivendendo sci, tute e altri oggetti nella stazione sciistica dove si aggira durante i periodo tra Natale e Pasqua, quando la montagna è maggiormente frequentata dai turisti. In un certo senso, Simon è un “lavoratore stagionale”, un po’ come gli addetti all’impianto della funivia o alle cucine. Nel saliscendi della cabina il film trova il suo ritmo e un’indicazione di senso “provvisorio” che lega il bambino alla ragazza sul filo di un’inquietudine non solo sociale. Il merito della Meier è di non cedere a rimandi facili verso l'”esterno” e di attenersi invece, pur con qualche sfasatura dovuta alla ruvidezza stessa della regia, al singolo/singolare mondo dei due personaggi, autonomi nel loro tratteggio soltanto “abbozzato”. Se è vero che non sappiamo bene chi siano Louise e Simon – e nonostante la “rivelazione” che a un certo punto arriva sull’identità della giovane, restano indefinite le radici e i contorni del personaggio -, questa indeterminatezza della loro vita è però anche la forma estetica del film della regista francese. Il suo cinema ci tiene in una suspense attualissima, non assuefatta alla resa prospettica. Un’eccezione nel sistema dei megaprodotti “finiti”.

Franco Pecori

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11 maggio 2012