La complessità del senso
19 11 2017

Silent Souls

Ovsjanki
Aleksei Fedorchenko, 2010
Fotografia Mikhail Krichman
Igor Sergeyev, Yuriy Tsurilo, Yuliya Aug, Victor Sukhorukov.
Venezia 2010, concorso.  Mikhail Krichman, fotografia.

Ovsjanki ossia zigoli, passerotti. Due passerotti in gabbia viaggiano insieme ad Aist (Igor Sergeyev), il quale accompagna l’amico Miron (Yri Tsurilo) a compiere il rito funebre per la morte della giovane moglie Tanya (Yuliya Aug). È un rito dalle forme antiche e popolari, le cui radici sono da ripescare nella cultura dei Merja, tribù ugro-finnica del lago Nero (Russia centro-occidentale). Aleksei Fedorchenko, regista russo al suo terzo lungometraggio e sconosciuto alle platee italiane, mostra un’indole “documentaria” (First on the Moon fu premiato a Venezia-Orizzonti nel 2005) con spiccati tratti poetici, non cerca immagini dichiaratamente simboliche ma fissa l’obbiettivo sulle qualità “nascoste” degli oggetti e delle occasioni comuni. In particolare, guardando alla realtà tradizionale della sperduta zona scelta per il film, oggetti e comportamenti raccontano di un mondo superstite, di usanze “primitive”, interessanti specie se viste in un’ottica antropologica, mentre il mondo vive di una vita sempre più omogeneizzata in funzione “contemporanea”. E ovviamente, capita che osservando cose e gesti di un passato/presente e raro si scoprano aspetti profondi del comportamento, si estraggano ragioni primarie dell’esistenza, come l’amore fisico e la considerazione assoluta del corpo. I due amici preparano il rituale nel pieno rispetto della donna morta, la lavano e poi la bruciano in un falò e ne disperdono i resti nel fiume. L’acqua è elemento fondamentale. Miron e Aist viaggiano portandosi dietro il corpo di Tanya e attingono alla memoria di un amore diviso in due, con un pudore silente e “sfacciato” nei dettagli, poiché nel rito le concretezze vitali si virtualizzano e si depurano. Struggente nel “trasferimento” dei ricordi, l’amore per Tanya estrae emersioni analogiche dalla memoria di Aist, il quale ripensa alla morte della madre e del padre, momenti altrettanto importanti che fanno parte della sua storia intima. E così le personalità dei due amici, in un quasi-silenzio musicale, si “presentano” allo spettatore come sostanze quasi-materiali, pietre del bosco, testimoni dei secoli. Senza “importanza” eppure fisico, delimitato e casuale durante il viaggio funebre, l’incontro con le due donne che si offrono per una pausa di piacere. È lo spettacolo della discrezione, in una vita fatta di antiche occasionali ripetizioni.

Franco Pecori

Print Friendly

25 maggio 2012