La complessità del senso
21 09 2017

Maternity Blues

Maternity Blues
Fabrizio Cattani, 2011
Fotografia Francesco Carini
Andrea Osvárt, Monica Birladeanu, Chiara Martegiani, Marina Pennafina, Daniele Pecci, Elodie Treccani, Pascal Zullino, Giulia Weber, Lia Tanzi, Pierluigi Corallo, Giada Colucci, Franca Abategiovanni, Amina Syed.
Venezia 2011, Controcampo italiano.

Si diceva ai tempi del liceo: attenzione alle scale, ché sono… Euripide. Non per niente il tragediografo greco fu amico del filosofo Socrate. Un tema come l’infanticidio, che troviamo nella tragedia di Medea, non può essere trattato senza una coscienza delle profondità abissali dell’animo; e, per ciascuno, del “sé”. Nel film di Fabrizio Cattani (Quelle piccole cose 2001, Il rabdomante 2007), per esempio, due donne al bar commentano certi fatti. Per loro una madre che uccide il proprio figlio è semplicemente un’assassina. Presto detto. Ma le scale sono molto ripide, sia a scenderle che a salirle. A distanza di 2500 anni, solo a parlarne, è ancora difficile colmare la distanza che può correre tra delitti “raccapriccianti” e loro ragioni interne. Figuriamoci se di quelle ragioni si tenta anche dare una rappresentazione artistica. Restando alla radice classica, nel cinema si sono avute poche e non esaltanti prove. La Medea/Maria Callas di Pier Paolo Pasolini (1969) si proponeva sul versante di una preferenzialità spiccatamente “estetica” non meno della Medea/Kirsten Olesen di Lars von Trier (1988). Il Maternity Blues di Cattani mostra della figura tragica della madre che uccide il proprio figlio una consapevolezza psico-socio-antropologica ben articolata. Già il titolo precisa il tema nell’ambito scientifico della “depresssione post partum” che può colpire alcune donne. I dati Eurispes parlano di un crescendo di casi in Italia negli ultimi anni: 4 nel 2008, 11 nel 2009, 20 nel 2010. La malattia, secondo gli psichiatri, è riferibile in generale alle condizioni della maternità. Il cosiddetto istinto materno non è che un mito, nella madre convivono l’amore e l’odio per il figlio. Il bambino infatti si nutre del sacrificio della madre. Tratto dal testo teatrale di Grazia Verasani, “From Medea”, il film ci porta in un ospedale psichiatrico giudiziario e ci fa conoscere in particolare la vita di quattro donne: Clara (Andrea Osvárt), Eloisa (Monica Birladeanu), Rina (Chiara Martegiani) e Vincenza (Marina Pennafina). Le loro storie, ciascuna con le sue caratteristiche, vanno a formare un quadro semplice e complesso insieme, le vite si rivelano e si precisano progressivamente, mentre seguiamo le giornate all’interno dell’istituto, la sofferenza e la rielaborazione di sentimenti che cercano di trovare o ritrovare una direzione. All’esterno, colpisce il colloquio di Luigi (Daniele Pecci), il marito di Clara, con l’amico prete, il quale lo invita a considerare che «Dio non è riuscito a separare il bene dal male». Complessivamente, il lavoro di Cattani è onesto e corretto, trasmette un grado d’informazione utile mantenendo un discreto livello di partecipazione emotiva. Tuttavia la necessità trasparente di spiegare e motivare, frena lo sviluppo drammaturgico e arresta il film sulla soglia del materiale da dibattito.

Franco Pecori

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27 aprile 2012