La complessità del senso
24 09 2017

La Duchessa di Langeais

film_laduchessadilangeais.jpgNe touchez pas la hache
Jacques Rivette, 2007
Jeanne Balibar, Guillaume Depardieu, Anne Cantineau, Michel Piccoli, Mathias Jung, Julie Judd,Thomas Durand,  Marc Barbe, Bulle Ogier, Remo Girone, Beppe Chierici, Claude Delaugerre, Birgit Ludwig, Barbet Schroeder, Victoria Zinny.

Al cinema, vi sono immagini più “immagini” di altre? Sì, se alla parola aggiungiamo le virgolette, cioè se operiamo una scelta preferenziale, sul versante della poetica, scambiata per estetica. Un film di Rivette, e anche questa Duchessa, sembra fatto apposta per eliminare tali equivoci e restituire al cinema tutto il diritto di usare le immagini senza pregiudizio, senza bisogno di virgolette – Il regista francese (Rouen, 1928), uno degli autori della Nouvelle Vague, è in buona compagnia, specie con Rohmer, ma vengono in mente anche De Oliveira, Straub, Resnais. Qui, in particolare, Rivette utilizza il romanzo di Balzac (La duchessa di Langeais, parte della trilogia Storia dei Tredici, del 1835, comprendente Ferragus e La ragazza dagli occhi d’oro), quasi sfidando le parole a incarnarsi nell’inquadratura, a trasformarsi nei volti e nei corpi, nei gesti, nei movimenti dei protagonisti – Jeanne Balibar (Antoinette de Navarreins, moglie del duca di Langeais) e Guillaume Depardieu (Armand de Montriveau, ex generale di Napoleone). La fedeltà alla lettera del racconto è mostrata come una sfida necessaria alla vita (cinematografica) del film, data la capacità stupefacente di Balzac (più che gustosa la scena in cui due amici di Montriveau, mentre il generale è al culmine della disperazione per la propria sconfitta amorosa, ironizzano sugli stereotipi letterari del momento, per esempio: «stupefacente» al posto di «sublime») di contenere nello stesso giro di frase analisi e sintesi di un carattere, di una situazione. Il periodo è la Restaurazione. Montriveau e i suoi arrivano in Spagna per riaffermare il regno di Ferdinando VII di Borbone. E soprattutto, il generale è alla ricerca di Antoinette, sparita nel nulla ormai da 5 anni, al termine del drammatico “tira e molla”, che ha finito per rendere esausto e vendicativo l’innamorato corrisposto-non-corrisposto. Nella testa di Armand risuonano forse le parole della duchessa, la volta che lui le aveva quasi urlato: «Voi non volete rendermi felice!». E lei: «Morirei di dolore il giorno dopo». Il limite della finzione, nello scontro delle due personalità – ambigua e bugiarda con se stessa Antoinette intrappolata nella sua civetteria targata Saint-Germain, ardente e militaresco il generale a disagio nel labirinto dei sì e dei no salottieri (una coppia di attori perfettamente all’altezza), sembra non essere raggiungibile. Lo spostamento è progressivo. Sullo schermo il dramma trova momenti di ancoraggio nei “cartelli” che, stile muto, scandiscono il senso della trama; ma i destini umani si compiono nello scorrere delle scene, nell’intrecciarsi delle battute, nel respiro dei personaggi, che vivono i tempi e gli spazi dell’inquadratura, che bruciano la suspense della “guerra sentimentale” persino nella presa del suono, legnoso, rumoroso, più reale di se stesso (non solo i passi del claudicante Depardieu, ma ogni scricchiolio dei parquet, ogni chiudersi di porta, ogni frusciare di seta). E dalla fisicità del cinema emerge in primo piano il problema della “verità” di una donna/società, suggerito/denunciato da Balzac, materializzato/metaforizzato da Rivette. Quella Suor Teresa, finita nel convento delle Carmelitane, quella irriducibile ex duchessa che attraverso la grata dice ad Armand: «Non vi vedo più con gli occhi del corpo» è un oggetto tutto da verificare.

Franco Pecori

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13 luglio 2007