La complessità del senso
18 11 2017

To Rome with Love

To Rome with Love
Woody Allen, 2012
Fotografia Darius Khondji
Woody Allen, Alec Baldwin, Roberto Benigni, Penélope Cruz, Judy Davis, Jesse Eisenberg, Greta Gerwig, Ellen Page, Antonio Albanese, Fabio Armiliato, Alessandra Mastronardi, Ornella Muti, Flavio Parenti, Alison Pill, Riccardo Scamarcio, Alessandro Tiberi, Carol Alt, David Pasquesi, Lynn Swanson, Monica Nappo, Corrado Fortuna, Margherita Vicario, Rosa Di Brigida, Giovanni Esposito, Gabriele Rapone, Camilla Pacifico, Cecilia Capriotti, Duccio Camerini, Lina Sastri, Roberto Della Casa, Ariella Reggio, Gustavo Frigerio, Simona Capparini, Sergio Solli, Massimo De Lorenzo, Marta Zoffoli, Lino Guanciale, Fabio Bonini, Marina Rocco, Sergio Bustric, Augusto Fornari, Mariano Rigillo, Gian Marco Tognazzi, Vinicio Marchioni, Donatella Finocchiaro, Ninni Bruschetta, Carlo De Ruggieri, Giuliano Gemma, Rita Cammarano, Matteo Bonotto, Antonio Taschini, Vinicio Cecere, Ruggero Cara, Maria Rosaria Omaggio, Maricel Álvarez.

Dev’essere stato tutto ciò che nel film non si vede a impedire che Woody Allen s’innamorasse di Roma. E non gli si può dare torto. Il mostruoso agglomerato di cemento e automobili, di arroganza e opportunismo corruttivo, lo strascico semincosapevole dell’albertosordismo non autoriale (non più postneoreralistico) e tutto il resto dell’arrivismo residenziale (ministeriale e bottegaio) non poteva riguardare le sue letture del mondo, né Manhattan né altri luoghi della coscienza critica, né di sé né di simili ch’egli abbia incontrato. Infatti apre il film – un po’ come avveniva in Midnight in Paris col Bechet di “Si tu vois ma mère” per la Belle époque – un pezzo musicale che, per essere estraneo alla cultura e alla storia romana, sa di riferimento pretestuale: nientemeno che “Nel blu dipinto di blu”, di Domenico Modugno nella versione originale sanremese (1958). Ed ecco il divertimento sarcastico e in parte ancor pure struggente – ma soltanto perché agli anziani, anche disperati, capita spesso di intenerirsi un momento; ecco la cartolina spedita per un soggiorno forse non precisamente gradito. Mai amore (Love) fu meno coinvolgente. Lo zio Woody ci saluta, noi cittadini del mondo che abbiamo visto Cinecittà, con un gesto che magari vuol essere anche gentile, ma che non riesce a trasmettere un sentimento profondo, autentico. «Non psicoanalizzatemi», dice Allen come chiedendo venia, senza però aver bisogno della nostra compassione. Le quattro storielle messe insieme a mo’ del “film a episodi” tanto in voga negli anni ’50-’60 (e non a caso riaffacciatosi di recente sugli schermi) lasciano la migliore commedia italiana là dov’è, in bianco & nero, documentaria più che mai di un cinema e di una realtà tutt’altro che “leggera”. Tuttavia, ed è il lato interessante del film, questa ennesima tappa europea di Allen porta con sé un discorso cinematografico che proprio dal nostro cinema trae lezione, quasi fosse una proposta di seminario per un ipotetico popolo di studenti. Il sogno di Antonio (Alessandro Tiberi) e Milly (Alessandra Mastronardi), gli sposini che da Pordenone vengono a Roma sperando in una sistemazione migliore, viene inquinato dalla “casuale” intrusione di una prostituta (Penélope Cruz) e dall’incontro di Milly con il famoso attore Luca Salta (Antonio Albanese).

Il rimando al Fellini dello Sceicco bianco sarebbe elementare se non fosse che poi la via Veneto che si vede nel film non è quella della Dolce vita sfavillante di luci bensì dell’odierno pendìo dei tristissimi tavolini dei bar/ristoranti sui marciapedi. È la stessa via dove finisce l’avventura di Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni pesce fuord’acqua, immolato al principio che “la vita è bella”), comune impiegato stravolto da improvvisa e “immotivata” notorietà masmediologica. E anche qui, i giornalisti, la Tv e i paparazzi che perseguitano il Pisanello non sono certo i paparazzi di quella via Veneto del ’60, né la “falsità” televisiva è la stessa di cui soffriranno Amelia Bonetti e Pippo Botticella (Ginger/Masina e Fred/Matroianni) nel 1985. C’è poi il discorso sull’architettura. Le piazze, le scalinate e gli angoli, i chiaroscuri e i notturni archeologici, le luci dei tramonti rossastri sulle facciate barocche e rinascimentali di Roma (la fotografia di Darius Khondji asseconda lo sguardo del regista) sarebbero materiale interessante in un contest, più vissuto e rimasto nascosto e inespresso, con la città “invisibile” e “invivibile” che possiamo immaginare sull’altra faccia della cartolina. Invece l’architetto-maestro è John (Alec Baldwin), l’attempato professionista americano che tempo fa visse per un anno a Roma. Ora si occupa di centri commerciali ed è venuto a riposarsi un po’. In Trastevere, nella stessa via dove abitò, incontra Jack, giovane architetto. Lo assisterà nel nevrotico approccio con Monica (Ellen Page, Juno 2007, Inception 2010 ), amica della propria ragazza e bandiera dispersa nel vento delle mitologie ultracontemporanee.

Qui, se non per contrasto, né Roma né l’Italia e nemmeno forse l’Europa c’entrano più alcunché. C’entra invece il cinema, per la figura di Jack, per il suo inconfondibile volto di ragazzo genialmente “intraprendente” (The Social Network), il quale, grazie all’arguta intelligenza di Allen, si rivela fragile e liquido. Diffidenza verso i nuovi mezzi tipica di una personalità tradizionalista come quella del regista. Per lui, i veri stranieri a calpestare i sampietrini romani possono essere quei due architetti americani, ospiti non tanto adeguati di una Roma come piacerebbe al regista/poeta, il quale la sente sulle note di Arrivederci Roma (e non è solo la canzone di Renato Rascel, Pietro Garinei e Sandro Giovannini, del 1955, ma anche il film di Roy Rowland, del ’58, con Mario Lanza, Rascel e Marisa Allasio in una Roma non meno fittizia di quest’ultima figlia woodyana). Le cose si aggiustano meglio, guarda un po’, proprio per Jerry (Woody Allen) e per la sua famiglia. Corso a Roma con la moglie Phyllis (Judy Davis) per conoscere Michelangelo (Flavio Parenti), il nuovo ragazzo della figlia Hayley (Alison Pill), incontrato da lei ai piedi del Campidoglio cercando la Fontana di Trevi (ancora la Dolce vita), Jerry si elettrizza alla scoperta che il padre del giovane (Fabio Armiliato) ha una voce da tenore. Jerry, ora in pensione, è stato regista d’opera lirica con spiccate ambizioni sperimentali. Se non potrà realizzare la sua massima e vana ambizione, di allestire un Rigoletto con tutti i cantanti vestiti da topi bianchi, vorrà provare a mettere sul palcoscenico quel fantastico tenore che nella vita ha un’impresa di pompe funebri a cantare sotto una vera doccia, come fa ogni volta a casa sua mentre s’insapona e si lava. La critica a una certa estetica è feroce e implicitamente si rivolge, in prospettiva inversa, proprio a quella Roma che nel film non abbiamo visto. La cartolina To Rome with Love, nella sua gentile sfrontatezza, sarà pure molto personale, ma ci sono i riferimenti per almeno una piacevole conversazione sui perduti anni ’50-’60, quando gli americani, non sapendo ancora bene di Rossellini, conobbero di Roma a mala pena le vacanze della piccola Audrey, principessa in Vespa. Anche allora agli attori italiani toccarono parti meno importanti, Paolo Carlini un parrucchiere, Alfredo Rizzo un tassista. E c’era pure Paola Borboni.

Franco Pecori

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20 aprile 2012