La complessità del senso
23 11 2017

Harry Potter e l’Ordine della Fenice

film_potterfenice.jpgHarry Potter and the Order of the Phoenix
David Yates, 2007 
Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Jason Isaacs, Imelda Staunton, Helena Bonham Carter, Ralph Fiennes, Michael Gambon, Gary Oldman, Maggie Smith, Alan Rickman, Robbie  Coltrane, Brendan  Gleeson, Emma  Thompson.

La sceneggiatura di un film è un po’ come la partitura di una musica: l’oggetto non è lì. E ancor più lontano è il libro della gallese Joanna Kathleen Rowling, da cui il film è tratto. Inquadrature, sonoro, montaggio, durata: un altro mondo di segni. Curioso che questo Harry Potter, quinto film della serie avviata nel 1998, sia uscito nelle sale dieci giorni prima di quello che è stato annunciato come l’ultimo libro, l’ormai ultrachiacchierato The deathly hallow, nelle librerie (in inglese) dal 21 luglio 2007 (a dicembre la traduzione italiana). L’interesse per il contenuto del film Harry Potter e l’Ordine della Fenice è spostato inevitabilmente sulla conclusione scritta della saga e già i lettori di tutto il mondo hanno fatto sapere di essere molto preoccupati per le sorti del maghetto. Chi vince tra cinema e letteratura? Il maghetto, intanto non è più così piccolo. Al quinto anno del college di Hogwarth, Harry (Radcliffe) è un ragazzo pronto per entrare nella vita. Ci scappa perfino il bacio alla ragazza. Ma è anche vero che ciò che conta, per i cultori dei film di cui è protagonista, è la faccia, la maschera. Ed ecco che il cinema sale in primo piano, in una sinergia che si rivela perfetta con la letteratura: la richiesta di “fede” è forte, per gustare le avventure di HP bisogna “credere” in lui e solo a quella faccia priva di qualsiasi malizia, con quegli occhialetti e quel sorriso semibloccato dallo stupore, dall’emozione, dalla paura, dalla speranza, dalla convinzione, solo a quella faccia possiamo credere. Possiamo, soprattutto quando ci dicono che «il mondo sta andando a catafascio» e quando nella scuola (di magia, ma sempre scuola è) arriva un’insegnante come Dolores Umbridge (l’Imelda Staunton del Segreto di Vera Darke, Coppa Volpi a Venezia nel 2004), perfida reazionaria al servizio delle Arti Oscure – magistrale interpretazione, che da sola vale il film. «Fuori non è come a scuola», si premura di precisare il giovanotto quando se la vede brutta e già s’immagina le difficoltà che dovrà affrontare una volta fuori dal recinto di Hogwarth. Tuttavia la struttura del racconto non lascia spazio a dubbi: le magie della scuola non sono che il doppio del mondo reale. La solidità di questa idea resiste all'”assedio” delle risapute scene fantastiche, dei personaggi “irreali” e delle situazioni “visionarie” che continuamente ci inducono ad entrare ed uscire da HP stesso. L’assuefazione spettacolare produce uno spostamento del senso sul versante simbolico. Uno strano sentore di “guerra” incombente rende inutili le lezioni di magia che lo stesso studente modello, ormai cresciuto, impartisce ai compagni meno bravi. Sappiamo che la lotta sarà tra Bene e Male: «Nessuno dei due può vivere se l’altro sopravvive». Voldemort è in agguato, forse addirittura dentro la mente di Harry Potter. Ma, avverte il ragazzo in chiusura: «Noi abbiamo qualcosa che Voldemort non ha, qualcosa per cui vale lottare». E di colpo ci liberiamo dell’atmosfera tetra che ha avvolto la maggior parte delle sequenze del film. E questa è letteratura. Il cinema arretra.

Franco pecori

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11 luglio 2007