La complessità del senso
20 11 2017

The Rum Diary

The Rum Diary
Bruce Robinson, 2011
Fotografia Dariusz Wolski
Johnny Depp, Aaron Eckhart, Michael Rispoli, Amber Heard, Richard Jenkins, Giovanni Ribisi, Amaury Nolasco, Marshal Bell, Bill Smitrovich, Julian Holloway, Bruno Irizarry, Enzo Cilenti, Aaron Lustig, Tisuby Gonzalez, Karen Austin, Andy Umberger, Karimah Westbrook.

Il tema sarebbe la speculazione edilizia ai Caraibi nel 1960 e lo scatto d’orgoglio di un giornalista americano, Paul Kemp, il quale è tentato ma poi non ci sta a prestarsi al «saccheggio del paradiso» da parte di un certo Zimburger (Bill Smitrovich), dei suoi “colleghi” e del suo poco scrupoloso consulente per le pubbliche relazioni, Hal Sanderson (Aaron Eckhart). Diciamo “sarebbe” perché purtroppo nei panni del giornalista figura un Johnny Depp inadeguato, qui non soccorso dalle più recenti simpatie “piratesche”. Nei titoli si legge la dedica “in memoria di Henter S. Thomson 1937-2005”, l’autore – Deep gli fu amico – del romanzo alquanto autobiografico (“Cronache del rum”) da cui è tratto il film, ma siamo lontanissimi dal testo letterario e, d’altra parte, il lavoro cinematografico prende una piega di maniera, al limite del bozzettismo. Siamo a Puerto Rico, Paul ci arriva con aria dimessa e in cerca, forse, di una vita meno stressante. Assunto dal quotidiano locale San Juan Star, giornale dalla tiratura in crisi, viene messo dal caporedattore Lotterman (Richard Jenkins) a redigere la rubrica degli oroscopi. Fa amicizia con Bob Sala (Michael Rispoli), un collega che lo introduce nell’ambiente dimesso e navigato in un mare di alcol, e presto si accorge che la bella vita sarà un sogno lontano. Così, quando gli viene offerto di “collaborare” al progetto di cementificazione di un’isola di proprietà dello Stato, Kemp prova a vedere di che si tratta, tanto più che, nello stesso tempo, è stato fulminato dalla bellezza della bella Chenault (Amber Heard), la donna di Sanderson. Ma quello di Puerto Rico è un ambientaccio che si rivela pericoloso anche per l’avversione della gente. Tra scommesse ai combattimenti di galli e bevute nei locali intrisi di vapori residui, il tentativo di “fuga” in dimensioni meno basse, barca a vela e auto sportiva, si rivela non facile. Paul si guarda intorno e certo non gli serve la presenza di strane figure come quella di Moberg (Giovanni Ribisi), inviato di nera e affari religiosi, col cervello mangiato dal rum, che esce solo di notte e ascolta nei dischi i discorsi di Hitler. In Paul subentra il risveglio della coscienza. Vorrebbe scrivere un pezzo sul malaffare con cui è venuto a contatto, ma il suo caporedattore lo avverte: «I nostri lettori sono cittadini medi, credi che un idraulico dell’Illinois risparmi per 25 anni e venga qui in crociera per leggere dei problemi nelle piantagioni di zucchero?». Al giornalista americano riviene in mente, forse, la battuta che ha sentito nella villa di Sanderson, la prima volta che vi ha conosciuto Zimburger: «Un liberale è un comunista laureato che pensa da negro. Il 76% dei negri sono controllati da  Mosca». Sicché, dopo un ultimo momento di miserevole risarcimento allucinogeno (gocce addirittura negli occhi), non resta che lo scatto paradossale con cui chiudere il film. Non riveliamo il gesto, ma Paul andrà a scrivere la sua verità da un’altra parte, con la benedizione dell’amico Bob che lo abbraccia e lo saluta: «Trovati un vento favorevole». Romanzo affascinante, ma ci sarebbe voluta un’altra faccia. Questa volta la simpatia di Johnny non ci ha convinto. E l’uso che Bruce Robinson (attore, sceneggiatore e, da regista, alla seconda prova dopo Shakespeare a colazione 1986) fa del cast pieno di grandi nomi sa come di spreco.

Franco Pecori

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24 aprile 2012