La complessità del senso
17 12 2017

Quella casa nel bosco

The Cabin in the Woods
Drew Goddard, 2011
Fotografia Peter Deming
Kristen Connolly, Chris Hemsworth, Anna Hutchison, Fran Kranz, Jesse Williams, Richard Jenkins, Bradley Withford, Brian J. White, Amy Acker, Dan Payne, Tom Lenk, Matt Drake, Richard Cetrone, Reila Aphrodite.

Non ci resta che fumare un’ultima paglia, il mondo piomba nell’orribile baratro e ciao. Un horror così non s’era mai visto. Drew Goddard al suo primo lungometraggio – sua anche la sceneggiatura, scritta insieme a Joss Whedon, il regista di The Avengers – ipotizza che il gioco del Grande Fratello abbia radici talmente profonde da far crescere non l’albero della vita ma la pianta del controllo della vita di tutti noi, fino giù agli abissi infernali degli Antichi, dove la pace non si trova e dove regna l’assoluta avidità dell’impossibile risveglio. Nemmeno per gli zombi c’è speranza, quando sarà finita l’ultima puntata della finta finzione che finta non è ma anzi tutti ci sprofonda nella verità della finzione, all’ultimo di noi, se avrà l’ironia di farlo, sarà concesso di accendere ancora una foglia d’erba. Questo almeno è ciò che si vede nel finale del film. Il titolo è quasi una presa in giro, una trappola per attrarci nello stereotipo horror del gruppetto di giovani amici che se ne vanno nel bosco a godersi una vacanza “libera” e isolata.  Troveranno (e troveremo) sì le solite mostruose devastazioni della carne e dello spirito, al lume di una torcia e sotto l’incubo di schianti improvvisi, ma non sarà questo il vero disturbo. Troveranno/troveremo anche, nel fondo di una cantina, un vecchio diario del 1903: l’inizio di un secolo che segnerà anche l’ultima data dell’umanità, se l’umanità sarà quella che conosciamo. O meglio, quella che il film ci svela appieno, confermando i sospetti che i più avveduti di noi hanno probabilmente già avuto da qualche tempo. Ecco che vediamo, nello sprofondo sotterraneo del sito/trappola della “casa nel bosco”, un bunker tecnologico (vi si scende con l’ascensore, ascensore per l’inferno), attrezzato per la visione diretta e per il controllo/condizionamento degli umani, tutti ridotti a un grande gioco, un po’ rappresentazione scenica e un po’ sala-scommesse universale. I padroni del sito si “divertono” – ma il dubbio è che il loro sia un divertimento tragicamente obbligato, in vista di una fine inevitabile – a condizionare il comportamento dei “giocatori” (noi tutti, giapponesi, cinesi, americani ecc.), chiamati a scommettere sul risultato dell’identificazione alienante, sulla coincidenza della scelta con la sua stessa possibilità. L’impressione è che non vi possano essere vincitori. I giovani protagonisti della “gita” nel bosco credono di essere incappati in uno dei tanti esempi di horror cinematografico e sono perfino disposti a rassegnarsi a sopportare le relative macellerie con perdite. Non sospettano che la non-scelta della salvezza sia prescritta da una sopravvenuta regola del gioco, una regola che, se vogliamo, risale agli Antichi. Il debuttante regista ha avuto, in fondo, il semplice colpo di genio di farsi finalmente la domanda: perché l’horror piace? Raimi, Argento e tutte le altre citazioni possibili (ci metteremmo anche l’onda rifluente del vampirismo giovanile) non bastano a giustificare l’attrazione verso un genere che non può essere soltanto dovuto alla forma decadente e paradossale di un disgusto esterno che lascia “pulite” le coscienze. Ci deve essere qualche altro motivo, si è detto Goddard. E infatti, fuori dallo stereotipo l’horror non esiste, non ha una sua vita propria. Il motivo è semplice: non può letteralmente averla. Non si tratta di giovani, cioè di un pubblico che accetta e/o vuole con disinvoltura e in-coscienza massacrare i suoi eroi. Gli è piuttosto che il buio profondo è la grande calamita che ci attira giù per una legge del massacro totale instaurata da noi stessi nel tempo. Viene da pensare a Matrix, non sarà la matrice a farci paura? Associare dati e controllarli: non è l’identificazione, percepita come pericolo estremo, a spingerci a trasferire il pericolo verso ambiti di finzione possibilmente orribili? C’è dell’ironia nello stile di Drew Goddard, il problema è di sapere se potrà bastare a salvarci da un horror così necessario.

Franco Pecori

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18 maggio 2012