La complessità del senso
16 12 2017

Battleship

Battleship
Peter Berg, 2012
Fotografia Tobias A. Schliessler
Taylor Kitsch, Alexander Skarsgård, Rihanna, Brooklyn Decker, Tadanobu Asano, Liam Neeson, Hamish Linklater, Jesse Plemons. John Tui, Gregory D. Gadson, Joji Yoshida, Rico McClinton, Adam Godley, Peter MacNicol, Luing Andrews, John Bell, Ryler Baker, Damien Seanard Parker, Reila Aphrodite, Josh Pence, Tim Blanchard, Dylan Gillooly.

Ispirato al gioco della Hasbro. Dalla stazione satellitare internazionale alle Hawaii viene annunciato il primo passo di un’evoluzione tecnologica senza precedenti: «Siamo finalmente riusciti a individuare il Pianeta G, un pianeta che si trova alla giusta distanza dal suo sole per mantenere l’acqua allo stato liquido e con la giusta massa per sostenere un’atmosfera. Preparatevi a essere testimoni di un momento che passerà alla storia. Cominciamo a trasmettere». E prende il via l’esperimento. Cioè il gioco. Il gioco della battaglia navale, proprio quello che tutti i ragazzi hanno praticato, specialmente sui banchi di scuola. Ora però siamo al cinema, grande schermo, mirabili effetti speciali, sonoro da stordire e… tutto sembra terribilmente vero, un vero giocattolo di lusso (200 milioni di dollari il budget) per 131 minuti di stordimento tecnofantascientifico. Nessun pensiero, nessuna vera preoccupazione, un solo condizionamento: gli alieni giocheranno la partita contro di noi e a difenderci sarà la Marina militare degli Stati Uniti. E qualche garanzia alla “mi-voglio-rovinare”, per esempio un Liam Neeson ammiraglio e, via a scendere, un Taylor Kitsch/John Carter tenente, una Rihanna non più cantante ma intenditrice di armi per il suo cinedebutto. C’è anche un ricordo (quanto basta) di “qualità Lars von Trier” nella scelta di Alexander Skarsgård per la parte del comandante Hopper. Per il resto, la mano passa agli specialisti della Ilm (Industrial Light & Magic), loro sanno come costruire macchine da guerra strabilianti per dimensione, funzionalità, orripilanza eppure facili da “riconoscere” per somiglianza (Transformers, la prima cosa che viene in mente). Saranno aggressioni e distruzioni impressionanti, catastrofiche (anche un ponte pieno di auto che si spezza in due, da qualche parte lo abbiamo già visto), ma non “disumane” da lasciarci nel dubbio che non sia il gioco il vero protagonista. E così ci sembrerà persino leggera la battuta, quasi all’inizio, di Hopper che decide di far mettere la testa a posto a quel bambinone combinaguai di Alex/Taylor/Tarzan: «Hai bisogno di un cambiamento – gli dice -, una nuova direzione, una sfida, vieni con me in Marina». Altro che nuova direzione! Gli alieni cattivi, non si sa per quale motivo (ma dev’essere non molto diverso dai nostri motivi di quando facciamo la guerra) vogliono fare polpette del pianeta Terra. E ciò mentre si svolge l’esercitazione navale serissima («Siate prudenti ma dateci dentro»). La corazzata Missouri è al centro della “battaglia”, l’impegno è massimo ma nessuno si aspetta la grande sorpresa: la risposta degli alieni ai segnali  della stazione satellitare. La prima sensazione è che non ci sia partita. Gli avversari sono troppo forti e quello che succede in mare è niente a confronto di ciò che possono combinare le “ruote” infuocate lanciate sulle città. Loro però, gli individui, non sono tanto dissimili da noi, sono come uomini di ferro, corazzati e ultrasensibili alla luce del sole. Ci vorrà unione tra cinesi e americani, ma alla fine il problema si risolverà. Peter Berg, il regista de Il tesoro dell’Amazonia 2003, The Kingdom 2007, Hancock 2008, usa la fantasia con giusta ironia, non pretende di dominare il giocattolo, lo smonta e rimonta assecondando gli argomenti tecnologici ma non perdendo di vista la componente favolistica, compreso il suo portato morale. Il giovane combinaguai, maturato per la forza degli eventi, chiama in aiuto i veterani della Missouri e la Marina vince.

Franco Pecori


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13 aprile 2012