La complessità del senso
16 12 2017

Il destino di un guerriero – Alatriste

film_ildestinodiunguerriero.jpgAlatriste
Agustín Díaz Yanes, 2006
Viggo Mortensen, Ariadna Gil, Elena Anaya, Carlos Bardem, Pilar Bardem, Nicolás Belmonte, Javier Cámara, Jesús Castejón, Eduardo Noriega.

Dai romanzi su Alatriste, di Perez-Reverte, e da una megaproduzione spagnola/francese/statunitense. Uno strano XVII secolo, visto con occhio romantico, specie nei momenti in cui la rappresentazione scenica sembra lasciare il rigore iconologico della foto (Paco  Femenía) per puntare decisamente sulle passioni individuali. Il quadro generale è dell’impero spagnolo, con Filippo IV al potere (agli sgoccioli e invischiato nella corruzione di palazzo) e con l’Inquisizione normalmente invadente. L’inferno delle Fiandre è l’incubo della sconfitta che incombe – l’epilogo si avrà poi a Rocroi, nel 1643, nello scontro feroce e definitivo con i francesi. Giusto è il senso complessivo della decomposizione imperiale e dell’imminente passaggio d’epoca. Ma la Storia, man mano che il film procede, lascia il campo con sempre maggiore insistenza alla vicenda personale del fedele guerriero del re, Alatriste (Mortensen), il cui destino si va configurando in chiave quasi-psicologica, in contrasto con l’atteggiamento esteriore della figura eroica. Alatriste subisce il marasma generale e si trasforma in guerriero-macellaio, pronto ad uccidere su ordinazione, essendo il contesto ideale sempre meno decifrabile. Dalla confusione si salva il rapporto del guerriero con il giovane Inigo, figlio di un compagno d’armi, il quale, morente, ha chiesto ad Alatriste di assistere il ragazzo. E il ragazzo cresce bene, con la doppia vocazione dello scrittore e dello spadaccino, conscio del debito verso il proprio protettore, tanto da porre in second’ordine l’amore per Angelica (Anaya), figlia del cattivissimo Luis de Alquézar. Proprio con Inigo si ha una delle punte più ispide della vicenda, di un realismo persino provocatorio rispetto al momento storico, quando vediamo il giovane, ormai non più apprendista guerriero, risolvere in duello il contrasto con l’eccentrica figura del perverso “siciliano”, Gualtiero Malatesta (un Lo Verso manierato e pittoresco) con la domanda oltremodo crudele, rivolta all’avversario tenendogli il pugnale puntato a un centimetro dal cuore: «lo sai che di là non c’è niente, vero?». Altro punto eccessivo, quindi tendente allo strano romanticismo cui accennavamo, l’epilogo della tormentata videnda amorosa di Alatriste con l’attrice di teatro Maria De Castro (Gil). Lui la va a trovare nel lazzaretto per donne sifilitiche e, pentito di non averla sposata, la bacia sulla bocca segnata dalla malattia. A ben vedere, però, gli eccessi del racconto finiscono per essere funzionali allo spirito più interno del guerriero, spirito che si svela proprio nella sua dimensione “esistenziale” con la battuta di Alatriste che risponde a Inigo, dopo che per molto tempo non si erano visti: «Come sto? Invecchio». Dissonanze del testo, che tracciano la via della lettura forse più interessante (nel senso di meno probabile) di quello che altrimenti sarebbe non più che un filmacchione “storico”, ben allestito (perfetta la ricostruzione ambientale e oggettistica), ben recitato, e segnato da una regia ben articolata e non prigioniera delle solite accentuazioni effettistiche.

Franco Pecori

 

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22 giugno 2007