La complessità del senso
23 09 2017

Il matrimonio di Tuya

film_ilmatrimoniodituya.jpgTuya de hun shi
Quan’an Wang, 2006
Yu  Nan, Bater, Senge, Peng  Hongxiang, Zhaya.

Dalla Cina a Berlino (Orso d’oro), il film del dissidente Wang propone un viaggio sincronico tempestivo, bloccando in un flash “millenario” la drammatica evoluzione cinese (da pastorizia a industria intensiva), colta al capolinea dell’antica Via della Seta, nella Mongolia deserta e allucinata. In un clima severo, un gregge, una casupola, il sole freddo e la luna, le pentole sul fuoco, il latte, un pozzo per l’acqua bastano e non bastano al respiro quotidiano dei pochi rimasti, mentre la “nuova Cina” chiama i pastori a integrarsi nelle città. Tuya, donna forte e sensibile, dura nella difesa del suo piccolo mondo, leale e appassionata moglie di un marito divenuto invalido, lotta con i propri sentimenti, per tener fede alle regole secondo le quali è cresciuta, ben consapevole anche dei nuovi strumenti che la società le offre. E pensa di usare il divorzio per assicurare assistenza al suo uomo: ne sposerà un altro, a patto che le assicuri i mezzi per mantenere l’ex marito. Sembra un piccolo intrigo “burocratico”, ma l’impronta “fumettistica” lascia emergere un contenuto più consistente. Da una parte, la figura del nuovo cercatore di petrolio, vecchio compagno di scuola riapparso all’improvviso, svanisce per l’impotenza di mantenere con l’antica terra il contatto umano necessario ad un rapporto vero con Tuya; e dall’altra, il giovane vicino, abbandonato dalla propria moglie, voglioso di uno scatto di vita che lo affranchi dalla miseria del gregge, ma “scapestrato”, impulsivo e perennemente fuori-tempo, riesce a trasmettere sensazioni forti a Tuya senza saper cogliere l’attimo giusto per legarla a sé. E Tuya, testarda, porta a termine il suo progetto conservativo, accettando il più normale dei matrimoni combinati, secondo le vecchie usanze. Finché la “nuova Cina” non arrivi a spazzare via gli ultimi nuclei di vita primitiva. Il pregio del lavoro di Wang sta nell’aver mantenuto il racconto in una dimensione interna ai sentimenti “esemplari” di Tuya, senza farne una tesi politica esplicita. Il cinema di Wang è qui al servizio di una semplicità intensa e ricca di senso, ma tutt’altro che “scarna” – come si potrebbe essere indotti ad equivocare – nello stile, che invece è largo e rilassato, privo di tagli “nervosi” ed ellissi “moderniste”, in una giusta unione estetica con la sostanza del contenuto.

Franco Pecori

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8 giugno 2007