La complessità del senso
20 11 2017

Grindhouse – A prova di morte

film_grindhouseaprovadimorte.jpgGrindhouse – Death Proof
Quentin Tarantino, 2007
Kurt Russell, Rosario Dawson, Rose McGowan, Quentin Tarantino, Vanessa Ferlito, Sydney Tamiia Poitier, Zoe Bell, Jordan Ladd, Omar Doom, Marcy Harriell.

Sarà pronto il mondo per un film così? Il passaggio a Cannes non ha prodotto applausi unanimi. Qualcuno si è azzardato persino a sintetizzare: «Brutto». E sì che il contesto della Palma d’Oro sarebbe tutt’altro che avverso al genio dell’autore di Pulp Fiction. Ma, inserito tra la duplice insistita tendenza della ri-rivalutazione del documentario e dello sguardo benevolo verso il postconsumismo slowbudget, il pensiero “avanzato” di Tarantino ha trovato alloggio (momentaneo?) nella doppia parentesi quadra della depressione strutturalista (non si può essere eterni studenti). E al botteghino delle sale, Grindhouse ha dovuto cedere il passo ai Pirati disneyniani, sempliciotti al paragone. Non che, al dunque, il cinema-sfasciacarrozze inviti a chissà quali elucubrazioni: uno stuntman attempato, ruvido e un po’ “suonato”, non simpatico quanto violento, si aggira in auto per la provincia texana a caccia di ragazze da conquistare (terrorizzare), anche a costo di ammazzarle. Tre di lor signorine, però, non ci stanno, gli danno la caccia con la loro auto e lo fanno a pezzi. Punto. Una vita senza orizzonti. E allora? Calmi, lo strutturalismo si può vendicare. E a volte lo fa scendendo al piano inferiore, dove tra la “spazzatura” trova vecchie figurine e vecchi gingilli da sottoporre all’invidia dei collezionisti in moviola. Il pericolo c’è e si vede. Il rischio più grosso è di confondere il lavoro critico della Nouvelle Vague con la coltivazione del “culto” postmoderno: i Godard, i Truffaut e il loro “papà” Bazin andavano scovando tracce d’autore nei film di genere americani, dimostrando il valore artistico degli Hitchcock e degli Hawks (senza contare che insegnarono agli italiani a “leggere” Rossellini). Dall’uso della moviola scaturì un’evoluzione del senso, che sostanzialmente abbatté il muro che aveva separato fino ad allora l’arte dall’industria cinematografica. Con Tarantino e simili la ricerca si fa collezione di figure e quindi ostensione del collezionato. L’accumulo è materiale, l’addizione è povera di senso. E comunque, non c’è novità assoluta, dato che già il western-spaghetti aveva dimostrato di non essere lo strumento più idoneo alla comprensione del western classico. La novità relativa è che il collezionismo viene esercitato su materiali poveri (certi film usa-e-getta degli anni Settanta); novità relativa per il cinema, ma nessuna novità per l’arte moderna e contemporanea (basti solo pensare alla ricontestualizzazione degli oggetti usuali). Certo, un rischio c’è: che il pubblico delle sale (non quello dei festival) fruisca del Grindhouse-cinema secondo una percezione di primo livello. In questo senso, l’impressione è che il mondo non sia pronto. Tarantino non è per tutti.

Franco Pecori 

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1 giugno 2007