La complessità del senso
21 09 2017

Amore liquido

Amore liquido
Marco Luca Cattaneo, 2010
Fotografia Antonio Veracini
Stefano Fregni, Sara Sartini, Pina Randi, Simonetta Solder, Martina Capannini, Pier Paolo Paganelli, Carlotta del Gratta, Matteo Menconi, Rossella Cardinale, Carlotta Bergamo, Ramona.

Parliamo del primo lungometraggio di Marco Luca Cattaneo, già bene accolto in diversi festival d’importanza internazionale, non solo per rispetto del coraggio di Distribuzione Indipendente – nuova realtà del cinema italiano volta a incentivare la crescita di spazi alternativi alle grandi multisale, distribuzione anche online on demand (ownair.it) – e non solo perché il film affronta il tema d’attualità, della pornodipendenza di molti frequentatori del web, tema di sicura rilevanza socioculturale. Siamo stati piuttosto attratti dalla dignità stilistica del lavoro di Cattaneo. Lasciamo stare la “povertà” di mezzi (15000 euro, una videocamera HD e poco altro) con cui è stato realizzato il film, estetica e budget non sono due parametri omogenei e non si garantiscono a vicenda. Amore liquido non è certo, nemmeno sul piano artistico, un punto di arrivo, ma è l’opera di un esordiente e mostra notevoli possibilità. Il racconto è riassumibile in poche parole e già questo indica una certa preferenza del piano espressivo: il quarantenne Mario (Stefano Fregni, Altro mondo 2007) vive la monotonia del suo lavoro di operatore ecologico nei turni tra la notte e l’alba, nel caldo estivo di una Bologna semideserta. Il vuoto è anche dentro di sé, il mondo affettivo di Mario è ridotto al rapporto solitario con il computer, video porno e chat. A casa, la madre malata e la badante straniera. Nei dintorni, l’edicola dei giornali, i giardini pubblici e il bar, una prostituta trans e Agatha, la barista ragazza madre (Sara Sartini, L’educazione sentimentale di Eugénie 2005). Una vita triste e compressa, con un proprio, pericoloso equilibrio. Quando Agatha lo interrompe e l’amore “liquido” dovrebbe concretizzarsi, Mario viene assalito dall’ovvia e non per questo meno drammatica crisi. Il senso del film, la sua im-portanza, risiede nella fisicità dell’attore, bravo a esibirla come significante, nei movimenti lenti (falsa tranquillità), nello sguardo anestetico e difensivo verso i “pericoli” di una realtà desiderata e non voluta, pericoli “normali” che la regia compone senza simbolismi, senza dettagli artificiosi ma seguendo il flusso naturale dell’azione, in sequenze il cui svolgimento sembra usuale e invece attinge la propria consumata usualità proprio nella forte probabilità del consueto, dell’informazione che ne deriva. Una “miseria” informativa superabile solo con battute – che non ci sono – adatte al dibattito, al cineforum. Ma il cineforum no! L’estetica conta spesso sulla sottrazione. Vengono in mente, non su scala verticale e non per similitudine ma per analogia, autori come Dagur Kari (Noi Albinoi), Bent Hamer (Il mondo di Horten), Aki Kaurismäki (Miracolo a Le Havre).

Franco Pecori

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6 aprile 2012