La complessità del senso
18 11 2017

Zodiac

film_zodiac.jpgZodiac
David Fincher, 2007
Robert Downey Jr., Anthony Edwards, Jake Gyllenhaal, Pell James, Patrick Scott Lewis, Lee Norris, Bijou Phillips, Peter Quartaroli, Mark Ruffalo.

L’assassino non fu mai scoperto. Si vantò di 13 omicidi e poi di un’altra ventina, fino a rendere difficile anche la precisazione del numero. Di sicuro terrorizzò gli americani con la sua misteriosa e minacciosa “presenza”. Scrisse, firmandosi Zodiac, una serie di lettere ai giornali, al San Francisco Chronicle, all’Examiner, al Vallejo Times-Herald; lettere contenenti una parte cifrata, con il vero nome del killer. Nella prima, del 1° agosto 1969, Zodiac rivelava di aver colpito già due volte, il 20 dicembre ’68 e il 4 luglio ’69. Precisi i dettagli, riscontrabili dalla polizia. Nessun dubbio sull’autenticità del messaggio. Agitazione e poi angoscia nelle redazioni. Pubblicare, non pubblicare? Il “fenomeno” prende, nella gente, il senso di una generale attesa di soluzione; e tra i giornalisti e i poliziotti si sente il peso della responsabilità per l’incubo diffuso, crescente. Il killer insiste nella provocazione: «Uccidere le persone è più divertente che uccidere la selvaggina nella foresta». Decifrare il codice diventa la parte essenziale delle indagini. L’unico in grado di provarci è Graysmith/Gyllenhaal, il vignettista del Chronicle, appassionato di enigmistica. Continuerà per decenni, anche quando il caso sarà caduto nel dimenticatoio, distrutte le vite di Paul Avery/Downey Jr., capocronista di nera, e degli ispettori della Omicidi, Toschi/Ruffalo e Armostrong/Edwards. Il timido e tenace Graysmith, rischiando di compromettere l’armonia della sua famiglia, si dedica al perseguimento della soluzione. L’ultima inquadratura, siamo ormai nel 1991, è un incrocio di sguardi che lascia in sospeso la vicenda pur estraendone implicitamente l’enigma. Massimo rispetto di Fincher, raffinato indagatore di perversioni moralistiche (Seven) e di disperazioni contemporanee (Fight Club), per il dato di cronaca sul rischiosissimo crinale del film-documento (“da una storia vera”); e insieme, decisiva scelta espressiva sul versante cancellazione. Tutto ciò che, a distanza di tanto tempo, poteva esservi di scontato nella vicenda del misterioso serial killer, viene recuperato nella trama di uno stile discreto, che genera una suspence a seguire laddove ci si attenderebbero colpi di scena. Come nel segno di un “cinema di altri tempi”, ci ritroviamo in una tensione attualissima, le cui possibili metaforizzazioni si moltiplicano dall’interno delle sequenze “pacifiche”, senza un accenno di sottolineatura. Protagonista di una vicenda in cui pure muoiono decine di persone incolpevoli e in cui milioni di altre divengono testimoni/attori di un’ansia che si fa collettiva,  protagonista è il fantasma. E’ l’assenza a farla da padrona, è il problema stesso a caricare su di sé, facendosi soggetto, il senso della realtà incompiuta. L’impotenza dei fatti si sposa col montaggio “dolce” delle sequenze, in cui mito e realtà vivono una coesistenza estenuata, fino al “grado zero” della ricognizione, all’entropia dell’indagine. Calligrafie, impronte digitali, messaggi cifrati contro precisi dettagli e indicazioni di fatti concreti: la sintesi cerca orizzonti da oltrepassare, al di là di quantità non paragonabili, come il numero di pendolari che muoiono in un mese e il numero delle vittime di Zodiac. Il thriller non è più thriller, tutto si dissolve – debolmente –  nell’ossessione delle indagini-fiasco.

Franco Pecori

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18 maggio 2007