La complessità del senso
22 11 2017

Magnifica presenza

Magnifica presenza
Ferzan Özpetek, 2012
Fotografia Maurizio Calvesi
Elio Germano, Paola Minaccioni, Beppe Fiorello, Margherita Buy, Vittoria Puccini, Cem Yilmaz, Claudia Potenza, Andrea Bosca, Ambrogio Maestri, Matteo Savino, Alessandro Roja, Gea Martire, Monica Nappo, Bianca Nappi, Girogio Marchesi, Gianluca Gori, Platinette, Massimiliano Gallo, Anna Proclemer, Eleonora Bolla.

Finzione e realtà, trucco e memoria. Per una legge interna all’immaginario collettivo, fantasmi di un passato non ancora risolto (l’Italia di Garibaldi e del fascismo) si proiettano dalla storia  sulla vita personale di Pietro (Elio Germano), giovane siciliano spintosi a Roma sognando di fare l’attore a teatro. Pietro è un giovane sensibile e spiritoso, le sue “antenne” sono pronte a ricevere segnali e messaggi di ogni tipo, anche nella sfera sessuale – «non riesco ad essere gay, figurati se riesco ad essere eterossesuale», confessa alla cugina Maria (Paola Minaccioni) – e, al proprio interno, rimescolano immagini e fantasie in un discorso informale che man mano tende a strutturarsi sul filo di una logica disponibile, di una pratica aperta alle sorprese della verità. Chiamato a sostenere provini, Pietro ci mostra subito – come approfittando della speciale elasticità del bravo Germano – il ventaglio di possibili combinazioni tra stereotipo espressivo e interpretazione singolare, già ben oltre la misera banalità della prova (siamo alla selezione per degli spot pubblicitari). E il primo contatto col mondo della “rappresentazione” è già compatibile con l’impatto “altro” che lo attende nella “nuova” casa romana, un appartamento d’epoca che il giovane, più che prendere in affitto, sembra accettare in eredità, col misterioso bagaglio di figure bloccate lì dentro in quelle stanze ormai da 70 anni. Sono i fantasmi di otto attori, tre donne e cinque uomini, di una compagnia teatrale, che vissero gli ultimi momenti nel 1943, quando la perfidia di una collega (Livia Morosini/Proclemer) cedevole all’occupazione nazista li costrinse a rintanarsi appunto in quella casa dove poi morirono per il cattivo funzionamento d’una stufa. Dal momento in cui i fantasmi si materializzano, la casa di Pietro si evolve in luogo interiore e il carattere metaforico si rafforza fino a sconfinare nell’intrigo misto di psicologia e cultura socio-politica. Tanto che l’interpretabilità dei rimandi si complica nel rischio di una predominanza a stento contenuta dalla misurata duttilità dell’interprete principale. Un rischio il cui confine ultimo è proprio nelle parole “finali” della Morosini – «Solo l’Arte sopravvive» – tutt’altro che risolutive rispetto alla drammatica dialettica della storia. Tra l’altro, la stessa storia viene depauperata a tratti in improvvisi flash comizieschi che sfregiano il quadro dignitosamente barocco con tagli da equanime dibattito televisivo. La non uniformità stilistica si manifesta anche sul piano squisitamente espressivo, in certe fughe “felliniane”, della Roma in tram, della visita al “mostro” divinatorio (Platinette), del rapporto gay trasognato. E dato che il nono film di Özpetek è così dichiaratamente metaforico – più ancora che i precedenti Le fate ignoranti, La finestra di fronte, Mine vaganti -,  il rischio è che la metafora resti comunque “sconfitta” – per così dire –  sul nascere, data l’essenza metaforica del cinema in sé. Problema che, del resto, si ripropone ogni volta alla domanda: “cosa ha voluto dire il regista”; e specialmente se il regista ha usato fantasmi visibili sullo schermo.

Franco Pecori

Print Friendly

16 marzo 2012